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Una sigaretta con d'IO
La monetina
post pubblicato in diario, il 18 febbraio 2017


"Una monetina, avrei bisogno solo di una monetina".
Quanti anni avrà, credo settanta, accento milanese, un cappello di lana blu e il sacchetto della spesa in mano. Dentro ci sono due confezioni di pollo, del pane e il latte. Piove come sa piovere a Milano: pioggia fine che ti bagna più di un acquazzone. É molto calma quando chiede una monetina, ma nessuno si ferma uscendo dal supermercato tra lo stupore di chi se ne accorge. Non ha la faccia da "Mi serve una monetina". In effetti, la faccia da monetina non dovrebbe esistere. Ma esiste e non è la sua. Lei, sembra parlare con suo nipote, ma parla con te. Mi sono chiesta a cosa le serva, ma non non ho il coraggio di domandarglielo; la osservo da qualche metro e sotto il cappuccio della giacca. Glielo chiederei sperando che le manchi un euro per le uova, ma sono quasi certa che non sia quello il motivo. Via Melzo é un via vai continuo: ragazze che hanno appena fatto shopping in corso Buenos Aires, coppie mano nella mano alla ricerca di un ristorante, gruppi di amici riuniti per una birretta, un vecchio signore con un Borsalino che non si trova più nei negozi.
Ma lei parla come fosse nella cucina di casa, calma e con gesti normali. La borsa della spesa appesa a un braccio, l'Impermeabile e le scarpe di vernice nera. Forse, Mary Poppins la sentirebbe anche da una sfera di cristallo. "Un penny...". Sì, una monetina. Una moneta piccola, di quelle che non pesano e che ti dimentichi in fondo al portamonete. Quei due cents che non sai mai quando userai e che servono sempre quando non li trovi più. 
Come succede sempre. 




permalink | inviato da Franciccina il 18/2/2017 alle 12:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Il binario 21
post pubblicato in diario, il 27 gennaio 2017


Nessuno avrebbe voluto trovarsi in coda, davanti al binario 21, a Milano, settant'anni fa. Ho sempre immaginato l'espressione seria di certi papà, mano nella mano ai loro bambini: la bocca chiusa, gli occhi che guardano dritto, le mani forti dentro al rumore delle rotaie, delle domande di centinaia di persone con una valigia. Molti nemmeno quella. Forse, tenersi stretto a qualcosa, qualcuno, trovava un perché da qualche parte. Ognuno barricato dietro all'immensa dignità di chi sa di non aver fatto nulla di male. Anche se il dubbio, quando sei bambino, te lo fai venire comunque. Del resto, é proprio quando siamo piccoli che ci insegnano il castigo, la punizione per non aver rispettato la regola, per quella risposta alla maestra, al compagno di banco, che non dovevi dare. "Tu il minestrone lo devi mangiare". Pregavo sempre che finissero le verdure o che si ammalasse la cuoca quando ero alle elementari. Il giorno in cui Campana venne portato nella mia classe, lui che faceva la V, e messo dietro la lavagna, pensai di avere dei poteri magici: avevo chiesto con tutte le mie forze che la maestra smettesse di chiedere le tabelline. Successe grazie a Campana in punizione. Da quel giorno, iniziai ad avere cura dei miei desideri. A dosarli, senza esagerare, con l'immotivata paura di far scoppiare un casino vero. E il dubbio di poterlo fare rimase. Credevo anche che la radio indovinasse i miei stati d'animo, che la dispensa di casa generasse i biscotti e tutta una serie di cose che mi piaceva mangiare. "Basta farlo presente", pensavo. Dunque, provavo a ripeterglielo diverse volte quando tornavo a casa. A sette anni non hai ancora capito chi decide le regole, ma sai che devi rispettarle e ingoiare a forza quel maledetto minestrone, le lacrime di tuo padre che non ti guarda in faccia davanti al binario 21. E ti prendi la colpa perché qualcosa sicuro avrai fatto, ma non te lo ricordi. Era davvero così grave? 

E restiamo in fila. Milano Centrale, venerdì pomeriggio, un via vai infinito di pendolari, studenti, turisti, passanti e curiosi. Il banchetto delle caldarroste, dei biglietti per le navette che portano all'aeroporto di Malpensa, Linate e Orio. Ci sono taxi in fuga, comitive di studenti che si fermano dentro i bar vicino all'entrata della stazione, una ragazza che fissa l'orologio, un'altra che torna a casa per il fine settimana, ma ha la valigia troppo pesante e non riesce a correre. Poi, ci sono io che cerco il famoso binario 21. Io che parto e arrivo dal binario 21, dove partono e tornano i treni per Genova, ma non è lo stesso. Mi perdo nel sottopassaggio, mi dicono di non andare in quel posto. "Ci rimani male, fidati. Mio zio é morto". Vado lo stesso. In fondo, ho iniziato ad amare il giornalismo grazie a una bambina di tredici anni, avevamo la stessa età io e Anna. Solo che mentre crescevo, lei rimaneva under15, nella stanza di quel Peter che le piaceva tantissimo, a scrivere che un giorno avrebbe raccontato al mondo come stavano le cose. Come stanno le cose? C'è una fila infinita che se lo domanda, ma non ha (non abbiamo) la prenotazione. Per entrare sotto la stazione, in questo luogo della memoria dove sono state deportate 774 persone, serviva la prenotazione. Ci guardiamo, non ci conosciamo, ci sorridiamo senza remore e sciogliamo la fila tranne una signora che rimane immobile. Vuole entrare a vedere cosa c'è, proprio nel giorno in cui si celebrano le vittime dell'Olocausto. Credo ci riuscirà e ne sono contenta mentre mi allontano attraversando via Ferrante Aporti e la distesa di coperte gelide e sporche sul marciapiede. A sinistra, una mamma seduta per terra, allatta un bimbo poco vestito per essere il 27 gennaio, a destra, bande di ragazzi e non più giovani, elemosinano sguardi. "Hai un euro per un panino?". Ho un euro per un panino. "E una sigaretta?". Ho anche quella. Macchie di sangue davanti a una cabina telefonica dimenticata, spaccio serio sulla piazza bianca che, d'estate, ti inghiotte tra afa e cemento. É lei che ti accoglie quando torni dal mare di casa, sempre lei che ti saluta quando corri a prendere il treno che rischi di perdere, tutte le volte. Piazza Duca D'Aosta che ti lascia con il naso all'insù mentre cerchi la luna che intravedevi a Pavia. E i grattacieli, l'orologio, bambini che guardano altri bambini, ragazzi che guardano altri ragazzi con iPhone, le chiavi in mano, lo zaino grande. Panini del Mc mangiati di fretta, via Sammartini e il rifugio Caritas dove poter dormire. Ci sono bicchieri XL di coca cola abbandonati tra i cespugli e scarpe orfane lasciate qua e là, c'è un ragazzino che sembra un cioccolatino, che indossa una giacca di jeans, é rannicchiato davanti alla porta d'entrata della stazione. La gente sta attenta a non schiacciarlo con i bagagli e lui non ha paura di essere schiacciato. Ogni tanto, alza la testa e guarda le scarpe di chi gli passa accanto, conta gli spiccioli nelle tasche. Non ne sono sicura, ma se ho contato bene, ha 60 centesimi, tre monete da 20 cents. Sembra non abbia alcun appuntamento e nessuno se lo sta domandando. Essere osservati come sto facendo con lui non deve essere piacevole, ma non se ne rende conto, come non fosse abituato ad attirare l'attenzione. Forse, si crede invisibile come quando speravo non mi chiamassero per ripetere le tabelline. Forse, non gliene frega nulla di chi guarda.
E mi viene da chiedere, come un'ora fa: "Mi scusi, dove si trova di preciso il binario 21?". 
Perché mi sembra di averlo trovato.

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permalink | inviato da Franciccina il 27/1/2017 alle 18:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
La cipolla
post pubblicato in diario, il 23 gennaio 2017


 "La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore". Wislawa Szymborska



                                      https://www.youtube.com/watch?v=bcv17Lov62Y

                                       

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permalink | inviato da Franciccina il 23/1/2017 alle 15:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
A mors(i)
post pubblicato in diario, il 10 gennaio 2017



    

C'era una volta un maglione di lana taglia M.
Era blu, lo indossava un ragazzo che si pettinava con le mani.
Un giorno, quel maglione venne prestato e diventò una L sgualcita, ma pulita.
Fine.

Parliamo di amore, di etimologia: L ama = desiderio, passione, attrazione (vedi kama-sutra, cioè aforismi, brevi discorsi sul desiderio, sulla passione fisica). Anche il verbo amare risale alla radice indoeuropea ka da cui (c)amarecioè desiderare in maniera viscerale, in modo integrale, totale.
Un'altra interpretazione etimologica della parola amore, fa risalire il termine al verbo greco mao = desidero, da cui il latino amor da amare che indica un'attrazione esteriore, viscerale, quasi animalesca da distinguere da un'attrazione mentale, razionale, spirituale per esprimere la quale era usato il verbo diligere, cioè scegliere, desiderare come risultato di una riflessione.
Un'ulteriore e meno probabile ma curiosa ed interessante interpretazione etimologica della parola amore individua nel latino a-mors = senza morte l'origine del termine, quasi a sottolineare l'intensità senza fine di questo potentissimo sentimento. 

Sono solo parole, tipo taxi con i quali attraversiamo le impressioni di chi, ogni tanto, passa di qui. Gente che parla e crede di avere capito.  Risaliamo i dubbi, sfrecciamo dritti e poi a zig-zag. Ci fermiamo agli stop, non rispettiamo il rosso al semaforo: bla, bla, bla.
Scendiamo per bere un caffè, nel frattempo, entro  al bar e mi dico che: "Mi infilo in questa vita qui".
Tra le ombre e la luce, tra i tuoi meccanismi mentali sofisticati e collaudati, dei gusti decisi, delle certezze di marmo e fragilità d'oro.
Ho fatto la figurante, la co protagonista, la protagonista. Ho camminato per strada cercando la tua mano, ma con la goffaggine di chi non l'ha mai fatto prima. Mi sono fatta così tante domande da non avere più fame.
Mangiamo panini.
Mentre fumiamo all'aria aperta, ci intratteniamo con elogi alla libertà, eppure ci si sente a casa dentro piccole abitudini. Come una prigione con il roseto sul retro.
Un equilibrio costruito da un architetto che non ha ancora la firma, senza delibera, inaspettatamente: un capolavoro di cemento. Solidissimo e allo stesso tempo crepato in qualche punto. Perché crescere é doloroso, perché certe domande lo sono molto di più e so che te le fai senza avere risposta. Come quella mattina, specchiandoti in una vetrina, cercando tua madre. 
Risaliamo sui taxi, superiamo il limite di velocità, prendiamo la strada sbagliata, la strada facile, due multe, poi il mare. Quello vero.




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permalink | inviato da Franciccina il 10/1/2017 alle 18:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
A Natale... puoi.
post pubblicato in diario, il 19 dicembre 2016


https://www.youtube.com/watch?v=LJrjWnAj_l


É la canzone più cantata quella che: "War is over if you want it, war is over now". Secondo me, basterebbe masticare con la bocca chiusa. Basterebbe sedersi composti, usare a modo forchetta e coltello, indossare un abito non confezionato in Cina.
Dimenticare tutto per mezza giornata, giocare a fare i buoni mangiando un tris di primi che, prima o poi, bisognerà smaltire.
Basterebbe un biglietto di auguri scritto a penna blu, ricordarsi di quella volta in cui avevate 20-30-40 anni: dai sorrisi dei nonni alla prima fidanzata/o che avete invitato al pranzo con i parenti. É la stessa che avete al vostro fianco, oggi? Poi, i figli, forse solo i viaggi, le ferie a luglio, una settimana ad agosto, i capelli tagliati a spazzola, a caschetto, come la Satta, come quella cantante americana che ascoltano i ragazzini.
Basterebbe limitarsi ai dolci mangiati dopo pranzo, sul divano. Fate la tombola da voi? Impegnare la testa facendo i calcoli che siete abituati a fare ogni giorno, questa volta per vincere un pandoro. E "l'importanza della semplicità" e "i valori perduti" che "abbasso il razzismo", ma solo quando lo riconoscete. Che della storia mai finita tra bianchi e neri ne sapete a memoria anche gli accordi delle canzoni di Bob Marley, quelle scritte contro di voi, ma che cantate lo stesso. E il resto, ha un altro nome fino a quando non entrerà in qualche diario pubblicato per caso.
Basterebbe masticare lentamente senza tirare fuori il femminismo, il maschilismo, il bullismo. Così, per poter ogni tanto fare la parte degli onesti. Che il giorno dopo si torna al traffico e ai pranzi con l'insalatina. Al mal di stomaco per cui date la colpa al vino della settimana prima.
Che "so this is Christmas (War is over)
And what have we done? (If you want it)
Another year over (War is over)
And a new one just begun (Now)
And so Happy Christmas (War is over)
We hope you have fun (If you want it)
The near and the dear one (War is over)
The old and the young (Now)".
Basterebbe la traduzione.



permalink | inviato da Franciccina il 19/12/2016 alle 9:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Linkami
post pubblicato in diario, il 7 novembre 2016


                                                   https://youtu.be/99KgkXVYBnA




permalink | inviato da Franciccina il 7/11/2016 alle 15:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
Franco Arminio a colazione
post pubblicato in diario, il 21 settembre 2016


"Mentre ti penso
abbraccio
i morti di tutti i cimiteri", cit.



Ci sono diversi modi per iniziare la giornata.
La mia inizia molto presto ed è importante come finisce.




              https://rebstein.wordpress.com/2013/09/29/la-farfalla-della-voce/



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Meltemi
post pubblicato in diario, il 23 agosto 2016


  

Non so se Icario abbia mai visto Naxos, quale "natura" abbia accolto in casa, lui che aprì la porta a a Dioniso. Lo fece con la fiducia dei greci: senza aspettarsi nulla in cambio, nemmeno una manciata di riconoscenza. Anche io ho visto Dioniso entrare dentro casa; l'ho visto dalla finestra che si affaccia sulla spiaggia del sud, dove vivo un'estate lontanissima da tutto. Non ?porto più le scarpe e non uso il pettine. Il sole brucia tutto ciò che incontra, i fichi sono maturi, i pomodori sono dentro a ogni più piccolo menù insieme alle melanzane, la feta e i cetrioli. Soffia un vento strano che ti agita e non sposta di nulla la sabbia che ti rimane appiccicata sulle gambe. Soffia un vento che non avevo mai conosciuto prima: il meltemi. Vita&magia che ti spettina senza smettere mai, ma non si vedono onde . Mare piatto, pini marittimi che si inchinano. Un giorno Icario venne ucciso. La leggenda dice che gli assassini si nascosero nell'isola di Ceo "nella quale si sviluppò un'aspra canicola durante i giorni di Sirio, stella della costellazione del cane maggiore che raffigura Maira, il cane di Icario. Interpellato, l'oracolo di Apollo comunicò che per allontanare l'eccessiva siccità dovevano essere puniti gli assassini di Icario. Una volta uccisi iniziò a soffiare il fresco meltemi".
Un vento che oggi soffia fortissimo raggiungendo i 25 km h. Così, dopo aver osservato a lungo i pescatori nel Porto di Moutsouna e le loro acciughe, gatti randagi in ogni angolo dell'isola e quei pochi turisti senza paura del nulla, sono risalita verso i monti. Il vento a rallentare la corsa in moto fino a Filoti. Ho scelto l'unico bar di vecchietti e senza musica e mi sono seduta su uno sgabello di legno domandando cosa fosse il gioco di legno, a forma di rosario, che tenngono tra le mani. A Filoti non si parla l'inglese, ma la maggior parte di loro conosce l'Italia, Messina soprattutto (dove ci sono i "Giardini di Naxos") "Sono dedicati alla nostra isola". Lo so. "Pensa, quella volta che ci sono stato e gli ho detto che ero di Naxos, sono impazziti". Elias ha 66 anni, lui l'inglese lo parla bene. Mille euro di pensione. "Non diamo la colpa a Tsipras, lui è colpevole solo di non essere l'uomo di sinistra che raccontava di essere". Elias ha viaggiato in tutto il mondo, ma per il sud America servono troppi soldi. "Ci sto pensando - dice- sono riusciti a costruire cose incredibili". E voi greci? "Non è la stessa cosa". Mi racconta tutta la sua vita. Di quella volta che decide di non sposarsi mai, di quando gli dissero di lasciare Atene e di partire per il Canada per non subire la crisi che presto sarebbe arrivata. "Amavo troppo la mia terra per farlo. Mi racconta di quando aveva 20 anni ed era militare. "facevo la guardia alla cella di Alekos Panagulis". E ci hai mai parlato? "si, ci penso ogni giorno. Ma ero un ragazzino, cosa avrei potuto fare? Un giorno - va avanti- mi disse che comunisti, socialisti, fascisti, avevano tutti un grande obiettivo: tenerci buoni, evitare il casino". Elias beve il "raki, una grappa dolce con la quale cucinare il "rakomelo" (raki, acqua, miele, chiodi di garofano, cannella e limone). Vuole tornare in Messico, gli parlo di Frida Kahlo. Non la conosce. Gli racconto di Diego Rivera, fa la faccia stupita. "Come mai non la conosco?". Non si decide un incontro. Mi confida che sono sette anni che vive sull'isola. Lui è di Atene, ma adesso che è in pensione, ha preferito venire in un posto meno pericoloso. "Atene sa essere molto pericolosa di notte". Dice che capisce chi vorrebbe la Grecia fuori dall'Europa, ma "Fa molto male pensarlo". Lui faceva il meccanico fino a sette anni fa. La sua pensione era di duemila euro al mese. "poi cut, cut...". E oggi sono mille. Ma tu riesci a immaginare l'Europa senza Grecia? "No". Poi, ride. Chiede di aspettare. Aspetto. Torna con una cassa di fichi e del vino che produce lui. Uno strano vino che sembra passito e fa 40 gradi. "questa terra é severa, il sole picchia, il vento é forte". Intorno a noi, un gruppo di suoi amici vuole assaggiare. Brindiamo. Devo ricordarmi di fare benzina. Ma scopro che i benzinai sono chiusi qui, a Naxos, dopo le 19. Non riuscirò a tornare a casa. Mi regala una tanica. Fa il pieno e dice "Così stanno le cose, ora vai piano". Allora, penso alla pensione "cut-cut", alla Grexit, all'Europa che guarda un paese tanto bello e tanto ventoso cadere sulle ginocchia senza auto compiangersi mai. Popolo generoso, patria della democrazia e della bellezza che non fa paura, ma si lascia portare via.
E piango in mezzo alla strada.
"sei così sensibile, tu?".
Chiedo scusa. "vai a casa, poi se torni prima di ripartire beviamo ancora e ti racconto di quella volta che...".
Allora, domani torno; mi piacciono le storie.


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permalink | inviato da Franciccina il 23/8/2016 alle 13:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
Rimandare
post pubblicato in diario, il 2 agosto 2016


"Rimandare" é mandare indietro anche se la tua vita si sposta in avanti. Nasci che sei già finito, hai una bella clessidra che ti scorre lungo la schiena. Non la senti e non la vedi. Imparerai a subirla. Lo sai bene che tutto cambia e che per rinascere hai bisogno di morire spesso. Un paio di volte alle medie quando scopri le differenze maschi-femmina, inizia tutto lì: la festa delle medie. Fai i conti con l'inadeguatezza, finisce che la indossi con disinvoltura. Mi hanno detto che la natura tende verso il caos. "Tutto intorno a noi é caos, sai?". No, non lo sapevo.
Mi sembrava invece che l'universo fosse ordinato e con il compito preciso di fare casino ogni tanto. Ed eccoci qui: se fa caldo andiamo verso il mare, se fa freddo verso i monti. Rispetta il semaforo rosso e non iniziare cose importanti né il martedì è nemmeno il venerdì. (Questo proverbio, alla fine, dipende sempre da quello che c'è sulle nostre teste, Marte&Venere). E allora guardo il cielo, resto con il naso all'insù. Buchi neri nelle mie vene azzurre (perché tutto il caos più matematico e letale può accadere qui dentro). Dicevamo? Rimandare, giusto. 
Mandare indietro, rinviare, restituire, rispedire. Fissare una nuova data?

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permalink | inviato da Franciccina il 2/8/2016 alle 15:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mi infilo qui
post pubblicato in diario, il 27 maggio 2016


  



In questa vita.
Nell'ora giusta, adesso



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Flatus vocis
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2016



Nel mio anno "satori" la Juve ha vinto lo scudetto e potrebbe vincerlo una seconda volta. Non per dire, ma che ci siano o non ci siano Vidal, Pirlo o Tevez, poco cambia. Chi l'avrebbe detto? Io no. Del resto, la regola che dice "nessuno è insostituibile" vale anche nel calcio, anzi, vale soprattutto nel calcio. (Anche se la Samp senza Eder meriterebbe un appunto).

Comunque, stavo leggendo Parise al parco: "Ho un debole per le semplificazioni fulminanti". E si', Zanzotto piace molto anche a me. Sara' che dentro la nebbia ho affrontato le prime difficoltà da adolescente (Tipo mamma che "No, niente cinema, non vedi che nebbia?") e tutta una serie di profumi muschiosi e umidi ai quali non puoi sottrarti. Come la risata dentro la neve. Il rumore fortissimo che facevano certe risa nel silenzio. A pochi metri da me, dei clacson impazziti e il traffico di viale Elvezia. Un ragazzo inciampa e fa quasi cadere il bouquet che porta tra le braccia. Ride, rido anche io. Quelli che portano i fiori a casa senza motivo esistono ancora, gente. E penso che Zanzotto piace anche a me.



Al di là tu falci e componi

Le gentil somiglianze dei fiori

Al di là non è sazia

Mai la tua fame di bambina

Ed hai la mela e il ghiaccio vegetale,

là ti punge al polso la tua bussola

per indicarti la stella

ch’è il tuo vero gemello;

perché tu possa conoscere

colli piccoli come noci

per i tuoi denti giocosi,

soli come voli di vespe

e parole che suonano come monete;

e tu prepari al vento l’ora

delle più grandi altezze

delle più vivide seminagioni

delle tue visite che innamorano

È per te che la gioia dei paesi

Liberamente va imitando

I tuoi semplici atti;

e per te questa terra non è

che un mite minuto satellite

che ben sa dove si dirige.


(Andrea Zanzotto, Dietro il Paesaggio, 1951)



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permalink | inviato da Franciccina il 19/2/2016 alle 21:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Hai un grembiule?
post pubblicato in diario, il 18 dicembre 2015


LA STORIA DEL GREMBIULE DELLA NONNA.

Il primo scopo del grembiule delle Nonna era di proteggere i vestiti sotto, ma, inoltre:
Serviva da guanto per ritirare la padella bruciante dal forno.
Era meraviglioso per asciugare le lacrime dei bambini ed, in certe occasioni, per pulire le faccine sporche;
Dal pollaio, il grembiule serviva a trasportare le uova e, talvolta, i pulcini!; 
Quando i visitatori arrivavano , il grembiule serviva a proteggere i bambini timidi;
Quando faceva freddo, la Nonna se ne imbacuccava le braccia;
Questo buon vecchio grembiule faceva da soffietto, agitato sopra il fuoco a legna; 
Era lui che trasportava le patate e la legna secca in cucina;
Dall' orto , esso serviva da paniere per molti ortaggi dopo che i piselli erano stati raccolti era il turno dei cavoli;
A fine stagione, esso era utilizzato per raccogliere le mele cadute dell' albero;
Quando dei visitatori arrivavano in modo improvviso era sorprendente vedere la rapidità con cui questo vecchio grembiule poteva dar giù la polvere;
All'ora di servire i pasti la Nonna andava sulla scala ad agitare il suo grembiule 
e gli uomini nei campi sapevano all' istante che dovevano andare a tavola; 
La Nonna l'utilizzava anche per posare la torta di mele appena uscita dal forno sul davanzale a raffreddare; 
ai nostri giorni sua nipote la mette là per scongelarla. 
Occorrerà un bel po' d'anni anni prima che qualche invenzione o qualche oggetto possa rimpiazzare questo vecchio buon grembiule.

Maurizio Magistri

Questa cosa dei bambini timidi. 
Vorrei parlartene, sono troppo alta per essere coperta dal grembiule di mia nonna.





permalink | inviato da Franciccina il 18/12/2015 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sono grande, ho già tre anni
post pubblicato in diario, il 16 dicembre 2015





              



























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Tu cosa pensi?
post pubblicato in diario, il 21 novembre 2015


      
"E l'odore di sale che ritrovo sulla tua schiena d'estate quando sudi".



In un giorno di pioggia, quella che rimane appesa. La maccaja, le nuvole che ti tengono la testa bassa, così per capire chi comanda ti tocca venire qui, in Liguria.
Tu cosa pensi?
Parcheggio sulle strisce perché sta chiudendo il panettiere, vorrei un euro di focaccia.
"E l'odore di sale.."






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La torta
post pubblicato in diario, il 28 ottobre 2015


"Madre superiora", Diaframma.



A volte non è possibile. Eppure - forse solo per la capacità che hanno i prof di mate di complicare la nostra vita- spesso si può. Infatti, se moltiplichiamo o dividiamo i due termini di una frazione per uno stesso numero diverso da zero, otteniamo una frazione equivalente a quella che era la frazione data. 
Cose molto utili quando sei al supermercato e hai dimenticato i soldi a casa: pasta al burro o pasta al pomodoro?
È' questione di gusti e di sapori. La matematica cerca sempre un modo per semplificare e chiarire ogni cosa. Che poi, semplificare non è come dire facilitare.
La prima elimina, la seconda scompone. E io, preferisco scomporre. Sono al banco dei surgelati e fa freddo: piselli, melanzane e carciofi.
Elimino i carciofi e le loro armi anche se sulla confezione c'è scritto "Cuore tenero". Semplifico e mi facilito la vita con le melanzane e la loro pelle liscia: un pizzico di sale sulla griglia prima di stenderle sul fuoco tagliate sottili, sottili.
Capire non è comprendere, ma capisco che le melanzane non possano piacere a tutti. Ma come potrebbe essere diverso per una "mela non sana"? Una melangiana, una "cuocimi altrimenti ti faccio del male". Lasciami sul fuoco, così l'amaro se ne va. Solanina compresa, ma non del tutto. Sai, la solanina è velenosa. "Oggi, solanina, Francesca".
Oggi, solanina: 

C45H73NO15
E sale.
Anioni e Cationi che si prendono cura di giornate fredde e dispiaceri. Di giorni semplici o complessi, di momenti binari o ternari. Giorni duri e meno duri.
Solanina salata, un pianto amaro. Ma la cassiera non piange e mi passa un sacchetto.
Dicevamo? Le frazioni e la matematica. I prof che sono in piedi, davanti alla lavagna. Fioccano dei quattro soltanto per capire, dopo tanti anni che è vero. Che puoi sostituire una frazione con un'altra che ha i termini più piccoli. Che ti puoi adeguare a quasi tutto.
Quasi.
E che per semplificare sei costretto a spezzare numeri, pensieri, idee. Inizia tutto così: dall'infrangere qualcosa. Lo dice anche la parola "frazione", fractus. Fammi pensare un attimo. Prendi un oggetto e lo dividi in parti uguali. Di solito è una torta, ti hanno detto così, vero?
Dividi, sostituisci, alla fine si mangia qualcosa. 
E magari c'è anche un bel disco che ti tiene compagnia: bpm.
Sessanta battiti al minuto ed è un pranzo come un altro.
E ti ricordi quell'insufficienza di matematica perché non avevi studiato. E ora che capisci, vorresti avere il suo numero di telefono, il suo. "Pronto, prof? Io la torta la volevo tutta. 
Perché sono egoista".






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permalink | inviato da Franciccina il 28/10/2015 alle 12:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
Adesso
post pubblicato in diario, il 25 ottobre 2015



Non aspettare di finire l'università,
di innamorarti,
di trovare lavoro,
di sposarti,
di avere figli,
di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili,
che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina,
la primavera,
l'estate,
l'autunno o l'inverno.

Non c'è momento migliore di questo per essere felice.
La felicità è un percorso, non una destinazione. Lavora come se non avessi bisogno di denaro,
ama come se non ti avessero mai ferito e balla, come se non ti vedesse nessuno.
Ricordati che la pelle avvizzisce,
i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni.
Ma l'importante non cambia: la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela.
Dietro ogni traguardo c'è una nuova partenza. Dietro ogni risultato c'è un'altra sfida.
Finché sei vivo, sentiti vivo.

Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.

(Madre Teresa di Calcutta)



Leggeva il giornale come ogni domenica mattina.

Nel frattempo, la totale consapevolezza del qui e dell'adesso.

Come era contenta.




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permalink | inviato da Franciccina il 25/10/2015 alle 13:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Ti volevo parlare
post pubblicato in diario, il 21 ottobre 2015


   








                                  https://www.youtube.com/watch?v=knxvIuu3nck



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Tifo
post pubblicato in diario, il 14 ottobre 2015


Ti-fo, dal greco: typhos fumo, vapore, febbre - intendendo l'offuscamento febbrile della mente.
"Io tifo per te".
Quel che rimane di quattro dita di Aglianico della Basilicata, un piatto di polenta, del formaggio da mangiare con le mani e: "Faccio il tifo per te". Sono rumori che si mischiano ad altri rumori: le parole dei fanatici di briscola a cinque, i calici di vetro, forchette impazzite, la "t" occlusiva e sorda. È' questione di fonetica, di suoni più o meno percepiti. Di parole che fanno suoni che senti a malapena, altre esplodono come mine mentre sei al supermercato.
Sei li', indecisa tra pomodori e melanzane, insalata o torta, freddo o caldo. E loro cosa fanno? Esplodono e rimbombano. Ti lasciano davanti al banco delle verdure mezza sorda: t, t, t.
Te. 



Pronome e forma dialettale improvvisa.
Te, proprio tu. E "te", tieni.
Pomodori o melanzane? E vado contro la grammatica, che poi, è una guerra tutta mia per dire che in ogni caso si tratta di un rafforzativo.
Sottolineo il qui, il me stessa e forse anche le melanzane a questo punto.
Si', preferisco le melanzane.
Che ho la febbre.

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Architettura
post pubblicato in diario, il 10 settembre 2015


Asfalto bagnato, squame di pesce e caffè: settembre la mattina molto presto. La fretta, la valigia che pesa, un album di foto dentro un sacchetto, occhi semi chiusi,otto euro di focaccia, "Torni a Milano, eh?", ciao buon viaggio, c'è un quartiere che fa "Ciao", tanto lo sai che torno, e l'avvocato che ha la stessa cravatta, i bambini della vicina di sotto non sono più sul passeggino, i banchi del mercato di piazza Sarzano sono ancora chiusi.
E poi, li vedo, sotto il peso di zaini che pesano troppo per essere tra i banchi dell'Universita'. "E andiamo anche questa volta", la prof di matematica che si prepara ai test di ammissione: Facoltà di Architettura. Tutti in fila, tutti con l'espressione impaurita. Bellissimi. Ciao Marisa, prendo la metro.

("Romeo and Juliet", Dire Straits)



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Con ghiaccio
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2015


Rideva.
Una risata che non tratteneva nemmeno il canino più storto di tutta la famiglia Boveri. "Il più appuntito della storia del mio albero genealogico", Elisa ne era sicura, ma chissenefrega - scritto tutto attaccato- rideva e basta.
E lui continuava.
Dalla spalla all'orecchio destro, sali e scendi no stop, istinto di un cane che ti ama e ti aspetta davanti alla porta di casa, ma erano dentro il pub più famoso di Milano. Vicino a loro, un noto procuratore, l'ex calciatore della Juve più chiacchierato dello scorso inverno, il presidente di una società pubblicitaria, una donna bionda con le tette rifatte, qualche ragazza con il sogno di fare l'attrice.
Ma non esisteva più nessuno se non il barista, dietro al bancone, che mischiava foglie di menta alla vodka, "Ghiaccio?", ma Elisa prendeva tempo e non riusciva a rispondere. 
E Giulio continuava a leccarla.
Spalla, mento, orecchio, mento, spalla: era il suo modo per dirle "Sei mia" tutte le volte che si sentiva minacciato dallo sguardo di qualcuno che, per qualche secondo, se la portava via. La distrazione è un male comune. Ti lascia con i piedi nello stesso posto in cui sei arrivato, ma ti prende la mano e ti fa correre lontanissimo con i pensieri. "carburante per neuroni stanchi", pensava lui. E la leccava. E lei rideva. E "Sei solo mia?". "Con ghiaccio, grazie".




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Ninna nanna
post pubblicato in diario, il 31 agosto 2015


Il corteggiamento dei grilli che entra da tutte le finestre di casa e il cane che la pedina. Disegna il perimetro della casa e delle sue abitudini: giro di chiavi, acqua, pipi', camera.
Si piazza sul tappeto, vicino al letto, non si sposta da li'. Qualcosa sente anche lui, eccome se lo sente. Il mal di pancia, la febbre, l'influenza, i pensieri. Ogni volta ci pensi: perché è' toccato proprio a lui?
Domani Sara parte e non torna per un po'. "Meglio stare distanti da casa - pensava- farà bene alla mia vita".
E lui, immobile, come se quel suo rimanere fermo a dormire vicino al suo cuscino potesse cambiare le cose. In effetti, Sara ci pensa. Non lo vede nel buio, ma sente il suo respiro. Ad allungare la mano si sarebbe guadagnata un bacio, di quelli non automatici, ma precisi, mischiati al sonno, agli odori confusi.
Ci sono parole che rimangono nell'aria, qualcuno le acchiappa al volo, sono gli amici. Poi, c'è il tuo cane. 
È' quello che non può dirti "ti prego resta", ma se ne sta rannicchiato nel buio, fino a quando non si sveglia il resto della casa.
"Non posso questa volta", pensava lei. E lui non se lo aspettava perché già dormiva.




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Sai scrivere, tu?
post pubblicato in diario, il 27 agosto 2015


"Baci, baci, baci".






?Stop.
Un momento di pausa, tipo quei secondi in cui immagini quei mille, milioni di baci volare ed essere già arrivati a destinazione.
Come la vivi tu la malinconia, mi prende alla sprovvista, dipende da dove mi trovo, pensavo io. 
Lontana da casa, come una pesca noce: pesca più noce, pesca o noce? Mischio le cose e le confondo per chiamarle con i nomi sbagliati, con quelli che non usi mai. Ma ti piacerebbe usare.
Sai, dice lei, qui il cielo tra poco diventa arancio pesca. Vero. Arancio pesca che si avvicina all'azzurro e poi al blu senza passare dal giallo, dal rosa, dal rosso rubino dei tramonti di Pavia, quelli che vedevo dal treno tutte le volte che mi mancava qualcosa e andavo cercarla.
Mio figlio ha 31 anni, continua a parlare, la ascolto, la strana punteggiatura che uso oggi. Suo figlio cosa fa? Fa le pizze e le fa buone, non ho mai mangiato la mozzarella, preferisco il formaggio di casa mia, quello che faccio io, ma da lui mangerei anche la mozzarella.
La guardo con quei suoi occhi color castagna, un po' tristi e un po' pieni di tramonto, di sale, di vento caldo, di inchiostro rosso. Ho solo una penna rossa in casa.
Uso la penna rossa. "Ciao, Stefan, mamma ti manda: baci, baci, baci".
Tre volte baci?
Anche quattro.
Questo non lo scrivo.
Fatto.
Mi lascia in mezzo alla strada, proprio dove mi aveva trovato mezz'ora prima quando diceva che non sapeva scrivere. Ti piacciono i fichi? Si'.
Ne mangiamo due o tre insieme senza dire nulla. Sta arrivando il tempo dei grilli, quello che si porta dietro il silenzio micidiale di settembre quando non canteranno più. Qui non arrivano nemmeno le ninna nanna, dice lei. Il paese è piccolo, le finestre restano sempre chiuse, la gente canta, ma piano, lo fa sottovoce. Di nascosto. Mi punge una zanzara. Sangue vivo, lacrime buone, conservane sempre, mi dice.
Di lacrime? Si'. Di sale buono per la gente che fa fatica a dirselo. Fatica a spiegare che, a volte, ci si vuol bene e basta.
"Baci, baci, baci, baci". Aggiungo il quarto "baci", buco nero d'amore di mamma che non ha mai mangiato mozzarella.
Mi stai simpatica. Anche lei mi sta simpatica. Torna a trovarmi, poi.
Un giorno tornerò in Corsica, promesso.





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Lucia
post pubblicato in diario, il 16 agosto 2015




"Famiglia, siamo quasi arrivati".

Lo strano modo di un bambino di quattro nni, mano nella mano con mamma e papà dentro il parco Sempione. Stanno andando al campetto a vedere "quelli che fanno sempre canestro".

Lucia rimane a osservare la scena del ragazzo alto che indossa la maglia di LeBron James. Anche lui come il cestista dei Cleveland Cavaliers è alto più di due metri, ma indossa un paio di ciabatte rotte. E continua a fare canestro da un'ora. Ogni tanto si guarda intorno, chiama qualche bambino in campo e lo lascia tentare.

Che a pensarci meglio, provare a tentare davanti a un gigante nero fa paura se hai cinque anni. "anche se ne hai 40", pensava Lucia, fumando una delle sue sigarette girate male.

Lei a Ferragosto aveva deciso di rimanere a Milano. "perché solo chi non conosce la storia festeggia il 15 agosto", lo ripeteva ogni anno. E rimaneva sempre sola a ricordare quel giorno, in terza media, il suo ultimo dieci con la prof Scarizzi. Mussolini, i treni a prezzo ridotto, gli italiani in festa, qualcuno scopriva cosa fosse il mare: quell'interrogazione in storia le valse l'ennesima presa in giro da parte dei compagni di classe. "Lucia la secchiona", "Lucia che non esce mai". Lucia e la sindrome di Asperger come Cavendish, il suo chimico preferito. "Tu hai un chimico preferito?". Marco non rispose mai e si limitò a dirle che "No, Lucia, non posso uscire con te. Mi piace Sofia".

Un cuore che perde acqua, idrogeno per pensieri che vanno e vengono come spruzzi dentro a una fontana.

Lo sai di Cavendish, vero Lucia?



Il nonno trovava sempre un modo per distrarla dal leggere, nei pomeriggi d'estate.

"Una sera, una cameriera entrò per errore nella sua stanza -inizio' a raccontare- Cavendish rimase così sconvolto da quella inaspettata presenza da licenziarla senza pensarci due volte. Sai cosa fece dopo? - sorrise il nonno- Si fece costruire dei soppalchi per andare da una stanza all'altra della casa senza essere visto".

Da allora, Lucia sogno' di dormire sopra un letto a castello alto come il soffitto. "Per sognare più in alto", pensava lei.

Il fumo lento, un sorriso al vuoto e il fake di LeBron che la invita a provare. "Tu, prova!". La palla che le cade ai piedi e lui che la fissa. Gas ionizzato nei suoi occhi, stelle che vede solo Lucia che si alza di scatto e si mette a correre. Come alle medie.

La storia non è finita, ma vado in ferie. E la finisco, poi.





https://www.youtube.com/watch?v=rId6PKlDXeU



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Ciao
post pubblicato in diario, il 13 agosto 2015


Milano, senza far rumore.
Con i tram vuoti a disegnare la città fatta come piccoli cerchi. "Un po' isterica, però simpatica...". Milano che Chiara cammina sui marciapiedi di Porta Venezia, risale Buenos Aires, si perde nelle strade vicino a stazione Centrale. Negozi di cappelli, odore di asfalto caldo anche di notte. Prosegue diritta, a zig-zag. Non ha mai avuto senso dell'orientamento che, poi, orientarsi è una conseguenza che ha a che fare con il numero delle volte in cui ci si perde. Chiara si perde sempre.
Scale, vie grandi, Corso Como, lampioni accesi, alberi e cicale. La notte da camminarci sopra come fosse un tappeto blu su cui è caduta della cenere: il cielo di Milano. Chiara che si ferma. Vento, ma impercettibile. Quello che lei conosce bene, quello che ha sempre qualcosa da dire.
Scale di marmo, qualche scivolata, "ciao, aspettavi me?". Un piccolo ricordo per le vie di Milano. "Ti volevo salutare, dirti ciao". Il Sempione a sinistra, via Rosmini, China Town. "Ciao", qui a Milano vicino a dove il "Ciao" nacque. Storie del 1900, rivisitazioni di detti e modi di dire. Etimologia che non ha importanza se superi i 18 anni, poi i 25. La capirai con il tempo. Quando dici "Addio" senza sapere che non sarà così, quando non potrai più rinunciare, quando farà parte di un'abitudine antica. "Schiavo", bizzarri i veneti del 1800.
Un ciao che suonava proprio così: "Vi sono schiavo". Te lo immagini, Chiara?
"Ciao te...", sorride lei. Via Sarpi, musica da una finestra accesa: "Jenny è stanca, Jenny vuole dormire..".
E chiudere gli occhi, provare a immaginare la valigia che pesa, il sonno dimenticato, profumo di ravioli al ragù: "Chi c'è qui?". Qualcuno ti aspettava sulle scale, Chiara.
Chi c'è?
Nessuno.
Però, "Però, ciao...         ovunque sei", fa lei a voce alta.
Ciao, anche a te.




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La formica
post pubblicato in diario, il 8 agosto 2015



"C'è una regina anche tra le formiche".  https://www.youtube.com/watch?v=KRlbFiMlGTA

Irene, le mani dentro la formalina e il cane che la guarda. Fa caldo e davanti a lei ci sono oltre 365 formiche. "Le sto classificando", non è stata una sua scelta. È' capitato ed è stato bello. Come quegli amori che non ti aspettavi. "Parliamo della 357". Va bene, la formica regina. È' più grande delle altre, lo vedo anche senza bisogno del microscopio, ma insiste perché vuole mostrarmi meglio la forma. "Vedi? Non ha più le ali". Ma da quando le formiche volano? "Da quando sono regine e cercano con chi accoppiarsi - è seria - Una volta trovato, scendono a terra, si strappano le ali e con quelle stesse ali costruiscono il loro nido".

Del "formico" nessuna traccia, ovviamente. La natura, spesso, fa anche a meno dell'amore.

Zero complicazioni, volare quanto basta per un obiettivo naturale che nessuno potrà biasimare: procreare. Poi, tutti giù per terra. La vita che scorre, strade dritte, incontri, ti tocchi per dire "cibo laggiù" o "nemico".

Scambio di informazioni preciso e veloce. Scopo? "La conquista e la dominazione". Irene si sciacqua le mani, dentro i barattoli coperti di alcol tante fiale colme di formiche di ogni tipo. "Sono cattive le formiche".

Saranno cattive, ma si strappano le ali per amore e nemmeno capiscono il gesto fino in fondo. A pochi chilometri dal laboratorio, dentro l'Universita' di Biologia, c'è Anselmo che sta tagliando fette di salame. Le affetta con precisione da samurai; resta concentrato una manciata di minuti, il tempo di servire un altro cliente. La bottega profuma di cantina, castagna, cose dolci e dell'odore di infanzia di tutti quelli che sono nati in Emilia. "È' ora di bere". Cosa vuoi bere? "Barolo del 2006".

Vuoi tornare bambina e lucidare le tue ali da formica.

E le piastrelle del centro storico dove rimane il sole incastrato, le cicale, intercalare che si inciampano. "Caldo, ve..".

Che toglie il respiro. Come a Giulio quando di notte si lamenta nel sonno. Smette di respirare, rimane in apnea e poi parla senza saperlo.

Dice: "No.. No, no". Fa gli incubi e io non posso farci nulla. Lo sento agitarsi e rimango immobile come una cicala.

Come una formica. 

Regina.    









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Un minuto
post pubblicato in diario, il 31 luglio 2015



"Ciao papà, questo sei tu.....(ecc)"


"Ciao amore di papà, il tuo disegno è bello, bello. Ora papà finisce di lavorare e arriva a casa, un bacio, buonanotte".

Clic. Fine della registrazione. La porta che sbatte e tu che torni a scrivere dopo aver registrato un video per tua figlia. 
Uscita di emergenza, bel posto.
Torni in redazione, ti siedi alla scrivania. A quest'ora siamo in pochi. 
Io rimango sulle scale, dall'uscita di emergenza. Qui, proprio dove stavo qualche minuto fa e dove vengo quando devo pensare a qualcosa, senza rumore. Solo quello che immagino, da sola.
E ti ho sentito papà di Sofia.
E sei stato bellissimo.





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Noccioline
post pubblicato in diario, il 28 luglio 2015


Dal Giornale "O Zeneize" del 10 novembre 1881: "A Paizann-a quella che vende canetrelli"
Che s’è fæta fa o monûmento,cöre voxe a se faiâ in questi giorni ûn grandiozo fûnerale in San Steva.
Se Tratta de fâ i fûnerali a ûn corpo vivo;ma non gh’è dûbbio che trattandose de dinæ i prævi o faiän.
Ne-o mentre che pe-o so ridicolo egoismo de fâ parlâ de lê a Paizzann-a a spende tanti dinæ,pe sentî contâ,a l’avieiva ûnn-a  sêu ne-a miseia. 


Caterina Campodonico vendeva noccioline. No, aspetta: vendeva collane di noccioline che portavano fortuna in amore. Le ha vendute per una vita intera per comprarsi una tomba "come si deve" al cimitero di Staglieno.
Perché un posto in società, se non da vivi, va bene per l'eternita'. Giusto per fare un dispetto eterno alle genovesi della borghesia di fine '800.
Con una bella statua, sicuro. I fiori freschi, la gente che passa avanti e indietro. Sono i vivi di oggi, anche turisti.
Una testa di cazzo come solo una genovese può essere.
E le zanzare mi stanno divorando, notte bianca, 28 luglio ore 5.31.
Vendendo collane e ciambelle
all’Acquasanta, al Garbo e a San Cipriano
Con vento e sole e con acqua a catinelle
per assicurarmi un pane nella vecchiaia
fra i pochi soldi mettevo via
quelli per tramandarmi nel tempo
mentre son viva e son vera portoriana
Caterina Campodonico (la paesana).
                         1881
Da questa mia memoria se vi piace
Voi che passate pregatemi.










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Suo zio
post pubblicato in diario, il 26 luglio 2015


"Praticamente è mio zio". Enrico pedalava fortissimo e controvento. Una sola certezza: se mia zia è suora, Dio è un mezzo parente. Intorno a noi, la processione. E i ragazzini seduti in cerchio con delle bottiglie di vino da bere a canna, Sergio in piedi a spiegare come coltiva l'erba in giardino. "Ci metto cacca di pipistrello, sai?". E i ragazzini che continuano a ingoiare vino, a ridere forte, ad aspettare in cerchio che arrivi il momento di andare altrove, sulla spiaggia. Stanno per mettere la musica. Dj, remember my life. Manca la consapevolezza di essere sfigati, anzi. L'idea di non esserlo affatto. Mancano i jeans larghi e strappati, come quelli dei Nirvana perché adesso c'è Rihanna. C'è troppa gente, spalla contro spalla. Vado più vicino e osservo il dolore. Ha gli occhi stanchi, ma le labbra che mostrano i denti. Qualche chilo in meno, gli orecchini che non indossava da tempo. Cerca la festa, ma intorno la gente beve stando seduta sulla sedie di plastica della croce verde, un posto che ha un bar frequentato da tutti. "La festa dove sta?" Non so che risponderti, baby. La trovi anche dietro uno scoglio. So che speri di non trovarla per scaricare la colpa alla serata. Metti che poi la colpa è tua che non riesci a ridere?Ci avevi pensato? Mentre tutti hanno qualcosa da dire: la moto, il foglio stropicciato nella tasca sinistra, aspettando in fila alle poste comunali, la benzina che aumenta, "tu come stai?" Tu come vivi, come ti trovi, chi viene a prenderti. Ci scherzo, dai. Si alza il vento, volano foulard e si alzano le gonne. Il Cristo appeso alla croce traballa, Giacomo resta in equilibrio e continua a camminare guidando la processione. "Toh, chi si vede...mio zio". E lo vedo frenare con la bicicletta, alzare il braccio per salutare. Ma nessuna risposta, come sempre.



permalink | inviato da Franciccina il 26/7/2015 alle 9:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Mini favola: mercoledì.
post pubblicato in diario, il 20 luglio 2015



CUORE DI VITELLO AI FUNGHI:

500 gr. di cuore di vitello

200 gr. di funghi

burro

lardo

2 carote

1 cucchiaio di farina

1/2 bicchiere di vino bianco

sale

pepe




Quelli digitali non le ispiravano fiducia e quelli a pila le sembravano usati. Quelli che fanno "tic-tac" erano troppo rumorosi, quelli vintage e all'apparenza solidi e affidabili, non avevano nulla che funzionasse.Beatrice lavorava in macelleria, era abituata a usare le mani. Ogni mattina alle 7,30 affilava il coltello, quello che le aveva lasciato suo nonno prima di averle insegnato cosa fosse l'unità di misura Rockwell. Il signor Fausto non sapeva una parola di inglese, ma aveva studiato bene il da farsi: le fettine dovevano essere tagliate sottili e i coltelli dovevano essere resistenti.[Questo metodo fu messo a punto dagli statunitensi Hugh M. Rockwell (1890-1957) e Stanley P. Rockwell (1886-1940), e fu brevettato nel 1914]Dunque, stiamo parlando di durezza.E anche della sua grande testa di cazzo.Perché il sangue delle bestie macellate sporca il grembiule di sangue, ma le risse al bar, lasciano segni più evidenti. "Mio nonno aveva solo tre denti", Beatrice lo ripeteva sempre alle clienti che si ricordavano di Fausto detto "Il cispo".Beatrice, come lui, sapeva come tagliare la carne sottile: pollo, agnello, vitello, c'era di tutto. Ma lei carne a tavola quasi mai. A volte, ma solo il cuore. Perché il cuore delle bestie avanzava sempre. Nessuno comprava mai cuore di pecora o di maiale. Tutto questo spreco - pensava lei- perché ilcuore vale meno del fegato". Vale meno del fegato, secondo te?Secondo Beatrice no. E lo faceva rosolare in padella con cipolla, aglio, peperoncino e un pizzico di curcuma. Ma nella vita, ah la vita. Nella vita la legge di Rockwell è una prova di coraggio che ha a che fare con l'imbecillità: più sei duro e più ti cercano. "È' una legge scema", pensava asciugandosi le mani sul grembiule. Di fronte a lei, il ragazzo del lunedì. Quello che "non ricordo mai il suo nome", ma ecco che il lunedì entra e il cuore gli fa "tic- tac". Fa rumore. "Troppo rumore, non va bene". Lo avevamo già scritto nella premessa che Beatrice non sopporta quelli che fanno rumore. E quelli digitali non le ispirano fiducia e che quelli vintage sono da buttare.I cuori sono buoni solo in padella. "Ma con un pizzico di curcuma", ripeteva incartando la salsiccia.Di fronte a lei, Fabrizio studiava il neo che conosceva a memoria, quello vicino al naso. Sembrava una galassia accanto alle labbra, e guarda l'occhio sinistro, guarda poi quello destro. "mai visto nulla di simile".Tic-tac.Cuore che batte forte."Che fa troppo rumore, non ci si può fidare", alzo' gli occhi Beatrice, lo fissò'."Sono 11,50".Lui pago' con il bancomat e uscì.





permalink | inviato da Franciccina il 20/7/2015 alle 21:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
La solitaria
post pubblicato in diario, il 16 luglio 2015



C'era una volta un cavaliere.

Era di quelli che avevano a disposizione un drago, come ai vecchi tempi. Sai, principesse, fate, antidoti e streghe. E lo usò. Diventando un eroe per i residenti di Selem; siamo in Libia. Grazie a lui, il drago non avrebbe più mangiato nessuno. "Sicuro?". Sicuro. C'è sempre una donna di mezzo, c'è sempre una promessa di troppo nelle storie. Un battesimo in cambio della vita. La gente accettò. Il drago venne ucciso, la popolazione si convertì e Giorgio, si chiamava Giorgio, oggi vive dentro i quadri. A Genova.

Croce rossa in campo bianco: la bandiera rossocrociata, la Repubblica di Genova. Vado sempre a fumare una sigaretta nel mio luogo segreto. E oggi trovo questo foglio attaccato al muro: "La solitaria, siamo noi a scegliere in che mondo vivere o sono i mondi a scegliersi gli abitanti?".

Non lo so, ma la bandiera di San Giorgio di fianco a quella dei pirati non può stare. Che poi, sai, la storia non è finita qui. Fumo, guardo il muro. "Se stai qui da sola a guardarlo, hai la fantasia di vederci qualcosa. Il mare?". Avevo risposto di no. Vedevo solo il muro bianco. Una crociata contro di me.

1098: la battaglia di Antiochia. Vuoi sapere chi trionfò? I can't tell you why. E nemmeno degli inglesi, del mar Nero, dei pirati, della paga che il monarca inglese versava al Doge ogni 12 mesi. 

Però, grazie.



https://www.youtube.com/watch?v=7aYxMuLb3h8


























permalink | inviato da Franciccina il 16/7/2015 alle 13:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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