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Una sigaretta con d'IO
Torni domani?
post pubblicato in diario, il 13 settembre 2018


"Lo vuoi vedere?"



Così, in mezzo alla strada, seduta su una sedia di plastica da giardino, Bruna mi mostra il suo lampadario Swarovski. Scorrono le foto sul telefonino. Lo ha appeso nella stanza da letto perché lo possa ammirare solo chi decide lei. Immagino degli inviti a cena e i ti-faccio-vedere-casa e anche un "questo è il mio bagno rosa". Talmente rosa che anche gli asciugamani e le tende lo sono. Entrare in camera, quella sempre chiusa di giorno, e spiegare che cosa vuol dire avere un lampadario pagato qualche milione di lire. Lo sai quanto vale?" No, non lo so. Ma immagino il giorno in cui lei e il marito lo appendono. Vado a leggere la storia di questo signore nato in Boemia 156 anni fa. Uno "Swarovski" cioè vetro e piombo per una composizione misteriosa che nessuno riuscirà mai a scoprire. Visito la casa di Bruna in dieci foto. Toc-toc, è permesso? Ride. Rimaniamo ferme sul lampadario, in silenzio. Ancora non abbiamo capito se riuscirà a rivederlo, se potrà mostrarmi di persona "come luccica, sai!" Per portarlo lontano da quella casa pericolante. E a un tratto, mi rendo conto che sono seduta in mezzo alla strada. La strada che è chiusa al traffico e anche al passaggio pedonale, ma che è la strada che facevo per andare a pranzo da mia nonna. Di tutte le volte che arrivavo in ritardo e faceva l'offesa per dieci minuti. Così, facevo squillare il telefono: "Buongiorno, Pompe Funebri, possiamo aiutarla? "Ma.... cosa volete?" Poi, rideva. E si mangiava consapevoli di essere incastrate in ruoli definiti e definitivi: io piccola e tu nonna. Quei ruoli che non cambiano nemmeno se: tu non cammini e io ti aiuto.

Mentre Bruna mi racconta che sono ventisei anni che vive qui, sotto al Ponte Morandi. "La conosci la zona? Dove vivi, tu?"

La conosco, sì. Le case dei ferrovieri, il rumore delle macchine in autostrada, il traffico, qui sotto, per noi che andiamo verso Genova centro. Che è meglio prendere la metro, a Brin. Quattro fermate e ci sei. "Ma adesso ci mettono più autobus?" Non lo so, Bruna. Non so nemmeno perché sembriamo tutti soldatini-paranoici quando scattano le allerte meteo. Mi hanno detto "che bravi che siete". Forse, non hanno capito che ci assale una paura tremenda. Fragili come mai di fronte alla disgrazia che è lì, dietro l'angolo, insieme alla pioggia. La vediamo chiaramente insieme alle bombe d'acqua, la tromba marina, gli unicorni. "Dolcenera" a ripetizione dagli anni '70 in poi . E rimanere bloccati sotto i cavalcavia, spostare le macchine dalla riva del fiume, non uscire, rispettare gli orari. Scuole chiuse. Anche a ferragosto, cautela, gente. Anche per me, che evito di prendere il treno e di tornare. Ci si salva per caso. Come ti salvi tu che, quel giorno, ti accorgi che piove forte e speri che il temporale sgomberi il caldo. Lasci il ventilatore acceso mentre collassa il ponte di casa, quello che usi per andare al lavoro, a fare la spesa, a prendere il treno a piazza Principe. 

Bruna ha un tumore. Mi racconta che da anni è in cura e le medicine sembrano funzionare. "A mia madre non dico tutta la verità". Perché? "Perché è anziana e si preoccupa". Sua mamma ha più di ottant'anni e vive a Cornigliano, vista diga, vista mare. "Alla "Genova in banchina, transatlantico, trina". "Chi lo dice?" Un poeta toscano. "Ma lui cosa ne sa?" Amava Genova. "Lo capisco, ma se posso scegliere adesso voglio andare a vivere a Pegli. È più tranquillo e mi piace la passeggiata".

Bruna avrà ragione, ma io su quella passeggiata ho perso gomiti e ginocchia, pattinando. Posso dire lo stesso del lungomare di Varazze visto che non ho mai voluto le ginocchiere. Del resto, mia nonna mi portò sulla ghiaia per togliermi le quattro ruote della bici. Non erba, ma ghiaia. 

"Se ti dico che ce la fai, ce la fai...", diceva. Cadevo, mi scorticavo, ma iniziavo a riuscirci, in effetti. Poco dopo è iniziato il capitolo lacci-scarpe-dentro-telaio e cadute di faccia. E anche lì, la formula rimaneva invariata: "Se ti dico che ce la fai, ce la fai...".

"Forse, se mi sposto a Sestri è più comodo". Non saprei, Bruna. Vi hanno già detto dove vi trasferiscono? "Qualcuno a San Biagio, io non ci voglio andare".

Dove vuoi andare? "Forse a Cônâ".

Anche a me piace, da Coronata si vede la Guardia ed è un modo per bleffare di fronte a tutte le volte in cui promettiamo di andarci a piedi. "Se mi spostano a Pegli, vado alla Madonna della Guardia, sai...".

A piedi? "A piedi non ci riesco..".

Coronata, allora, è perfetta. Conoscevo un ragazzo che viveva lì. "Che numero è il bus che passa di lì?" Controllo, il 62. Sono andata al suo funerale guardando il ponte dall'alto, facendo finta che fosse il set di un film. Una serie tv o un film? Un film. Roba da mostra di Venezia edizione 76, leone d'oro. Bella idea. Un funerale con dei palloncini azzurri che volano, storia di un 30enne di Coronata e di un ponte stile NY che nessuno ha mai chiamato per nome, oggi. Bruna, ormai ti do del tu, posso vero?

"Certo. Ma lui a Coronata usa la macchina? Perché se serve la macchina devo pensare al parcheggio". Bruna, lui a Coronata non ci torna per un po'. Si è preso una pausa. Sai, quel giorno di agosto, stava lavorando a Campi. Pioveva, improvvisamente è crollato tutto.

Così, il giorno del funerale, vedo arrivare i suoi colleghi in divisa, i suoi amici. Vedo il mare che brilla, lo scirocco che spettina e si attacca dappertutto. Lo "shurhuq", il vento delle 12, come si dice in arabo. Con la sua storia nata in Siria, passando per l'isola di Zante. Ma che vive anche in Croazia e si fa chiamare Jugoin mentre in Libia tutti lo chiamano Ghibli. E ci immagino tutti sudati dentro lo stesso vento, lo stesso giorno, alla stessa ora. Tra chi sta uscendo dal lavoro per bere un caffè, chi ha iniziato le ferie, chi aspetta che nasca il suo primo figlio e chi aspetta il bus in ritardo. Noi, sudditi della Maccaja.

"Qui ci conosciamo tutti da più di trent'anni". Lo so. "Lei è Rosa, da giovani ci divertivamo, facevamo le parrucchiere". Capisco. Osservo Rosa che parla in genovese stretto. Tra poco cerco il traduttore su Google. "Ma no, volevo solo dire che - parla Rosa- che vengo qui, ogni pomeriggio, e mi siedo vicino a Bruna perché le voglio bene. E poi, mi sento umana". Ma cosa vuol dire sentirsi umani? 

"Che servo a qualcosa".

Allora, anch'io, voglio essere umana per sempre.


"Ah, torni domani?"



(Genova, agosto 2018)



 














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La piscina
post pubblicato in diario, il 1 luglio 2018




Leggevo di Eos, condannata a innamorarsi di comuni mortali. 

Pensavo alla mia passione, incompresa, ma non per questo offesa, per la mitologia greca, che ho portato a spasso dentro l'inferno: una piscina pubblica. 

Alt.

"Vuoi un gelato?"

No.

"Vuoi una birretta?"

No.

Sapete la storia di Eos, amante del Dio della guerra, punita da Afrodite a innamorarsi dei comuni mortali?

Non importa, il tema è la piscina.

Perché se Afrodite avesse saputo che l'inferno sulla terra si chiama piscina, ai comuni mortali avrebbe preferito questo: chiringuito, odore di crema al cocco, la musica house in sottofondo, il continuo rumore dello sc-ibattare mentre ti si scioglie il ghiacciolo al limone sulle gambe.

E invece no.

Comuni mortali.

Passeggiatina.

Colpo di fulmine.

Nascono figli.

Guerra di Troia.

Figlio che muore.

Lacrime e rugiada.

Ma parliamo della piscina.

Parliamo degli ombrelloni colorati sponsorizzati da una nota marca di gelati, di costumi a due pezzi fluo, di bambini che piangono perché la cuffia non la vogliono indossare.

Afrodite, se ci sei, batti un colpo.

Mentre le cicale ti ricordano che ci sono 32 gradi, fai finta di nulla, ma ti guardi intorno. Perché quelli che vanno in piscina senza fare il bagno, non vogliono farsi riconoscere, ma alla fine sono i più riconoscibili di tutti. Sono all'ombra, hanno un libro vicino, delle cuffiette per isolarsi, l'abbronzatura non li sfiora. Difendono la loro postazione sotto l'albero, provano a non farsi distrarre dalle fidanzate/fidanzati che "Vieni a fare il bagno".

No, che ho mangiato quella pizza, una settimana fa...

Afrodite, listen to me.

Si entra in tarda mattinata, si esce all'ultimo, quando i bambini non parlano più perché sono stanchi.

Di come nasce la rugiada, delle lacrime di Eos, ne ho già parlato?

Il tema rimane la piscina.

Dell'odore di cloro che si attacca ai costumi che ti camminano intorno.

Ma tu, bianco/a come il muro di una chiesa greca, rimani immobile. Una folata di vento che ti sposta pagina numero 130. Intorno a te, formiche e crema abbronzante.

C'è chi si fa i dispetti nell'acqua.

Sono schizzi di cloro che, guidati dagli dei, arrivano fino a te.

E arrivano dritti, dritti, sulle lenti degli occhiali da sole.

Togli gli occhiali.

Luce.

Afrodite, non ci avevi pensato, eh?

Tu e le tue vendette.

Che intanto, ti si sta bruciando un piede che è uscito dall'ombra.

Una nuvola.

La gente esce dall'acqua.

E' l'ora della merenda.

Tutti in fila al bar.

Gelati&patatine.

Sai, che arriverà quel momento in cui tutti usciranno dall'acqua e qualcuno ti dirà "che è ora".

"È ora", hai capito Afro?

Non dici nulla.

Eco.

E anche qui, è meglio pensare senza dire perché la storia di Eco non ha lieto fine.

"Un ultimo tuffo?"

Ed è normale avere l'impressione che Narciso, in piscina si sarebbe salvato.

Ne hai praticamente certezza.

Narciso avrebbe avuto bisogno di una piscina per salvarsi.

E così, nell'ora in cui "è ora" e tutti se ne vanno, il popolo "bianco-chiesa-greca", esce dall'ombra, si guarda intorno, consapevole che l'ennesimo "No, grazie", avrebbe un prezzo altissimo a fine giornata.

Dille-digli-di-sì.

Esatto, meglio salvarsi come fece Pigmalione, dare vita alle statue e fare i bravi. 

La statua si anima.

Happy end.

Afrodite si fa passare la rabbia.

Non sia mai che nella sua terra viva un bel ragazzo affascinato solo dal proprio lavoro.

Splash.

Vai di tuffo in piscina.

Ed è un attimo, sai.

A piedi nudi all'inferno.

"La prego di uscire, stiamo chiudendo".

Il tempo di asciugarsi, ma appena ti giri glielo leggi in faccia che "happy-hour al chiringuito".

Afrodite, che dire? 

La tua regola è sempre stata "proteggere chi ti glorifica e punire chi non onora la tua potenza".

E la fila al chiringuito della piscina è potente.

Allora, io vado.




permalink | inviato da Franciccina il 1/7/2018 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fammi sapere
post pubblicato in diario, il 16 marzo 2018


Ti immagini. "La faccia che farebbero se da domani davvero, davvero tutti quanti smettessimo". Cioè, ti immagini se esistessero cinque canzoni, in tutto il mondo, capaci di portarci indietro nel tempo, ma solo il tempo di una canzone. Tre minuti e cinquantotto secondi fosse Vasco che fa "se fosse sempre domenica e tu fossi sempre libera". Ma non è questa, ne sono sicura. Non funziona con tutta la discografia di Bob Dylan, ho provato con qualche pezzo dei Queen, potrebbe funzionare con Cher visto che non ascolto Cher. Ma se fosse un cantante che ha pubblicato un disco che ha venduto solo venticinque copie? Fosse solo una canzonetta su YouTube? Se fosse in italiano, in dialetto siciliano, "Man manu ca passunu i jonna sta frevi mi trasi 'nda ll'ossa ccu tuttu ca fora c'è a guerra

mi sentu stranizza d'amuri ... l'amuri". No, non va bene nemmeno questa. Che poi, cantata da Battiato può anche durare cinque minuti, il tempo giusto per un passo indietro, controllare che sia tutto a posto, tornare nel qui. Però, si potesse con un testo di Mogol, sarebbe già accaduto. Fosse in un "Concerto Grosso" dei New Trolls, non saremmo ancora tornati. Potrebbe essere una canzone pop cinese, una litania serba, una ninna nanna indiana che nessuno canta più. Una canzone dimenticata, un "un-due-tre stella", un Morricone, un Tchaikovsky preso a caso (e avrei voluto fosse il concerto per violino in D maggiore, Op. 35, magari con Itzhak Perlman). Potrebbe essere quel pezzo di Lucio Dalla che Dalla non ha mai finito di scrivere, un ritornello inventato sul bus da due compagni di banco alle medie, la sigla di una pubblicità che è stata censurata. Potrebbe essere religiosa, da stadio, da funerale, da Jannacci? Solo chitarra, a cappella, solo piano, con un sax.

Cinque in tutto.

Si potrebbe tornare indietro, dentro quel giorno di agosto, quando avevi 13 anni e odiavi stare al sole, come oggi. Fare un giro tra i fornelli con tuo nonno che aspetta a tavola, sperare fino alla fine, senza poter cambiare il finale, che la Samp vinca la coppa dei campioni. Mangiare un panino in più in quel posto sul mare che ha chiuso.



Tu, fammi sapere.





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Costruire il niente
post pubblicato in diario, il 7 marzo 2018


Voglia di noia.
Dentro un fine pomeriggio estivo, a costruire il "niente" con le mani.

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Quando avrai diciotto anni
post pubblicato in diario, il 16 gennaio 2018


"Quando avrai diciotto anni faremo così: quando in Italia sarà estate andremo in Sud America e quando in Cile sarà inverno torneremo a casa".




Mia nonna aveva in mente un piano preciso per il futuro remoto. Del resto, questo piano avrebbe potuto progettarlo solo con me che volevo stare sempre con lei. "Allora -diceva- non dovremo mai accendere il riscaldamento perché avremo sempre caldo". A me, che avevo nove anni, sembrava perfetto. Il freddo mi ha sempre dato fastidio, non tolgo mai la giacca nei luoghi chiusi e non mi piace la neve in città. "Dunque è deciso", diceva lei. Dunque, lo dici tu alla mamma, pensavo io. Che poi, quando hai nove anni, i diciotto sono un futuro irraggiungibile, qualcosa che potrebbe anche non capitare perché il tempo passa lento e "domani mi chiede la tabellina del sette, me lo sento". E succedeva veramente. La tabellina del sette, ma poi cosa mi serve. "7 per 7?". A pensare, oggi, cosa mi ricorderò a un passo dai cinquanta. Se mi ricorderò la faccia di quella signora bionda che "Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l’aria, ma non togliermi il tuo sorriso". E come va a finire la poesia di Neruda, incontrato sulla nave Barcellona-Santiago.

Io credo me la ricorderò, durante le notti fredde di gennaio mentre fuori fa freddo e in Cile ci sono 25 gradi. 


"Dura è la mia lotta e torno

con gli occhi stanchi,
a volte, d’aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita".







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Io non ti ho detto nulla
post pubblicato in diario, il 28 settembre 2017


Buca per strada batte vuoto emotivo, caos e traffico vincono sulla confusione, metropolitana inesistente vince sul non sapere dove andare. 

Ti diranno che si vive male, ma dopo tre giorni ti chiameranno per nome facendoti sentire a casa. Ti diranno che è incasinata, ma ci sarà sempre qualcuno a chiederti di uscire. Talmente grande che desiderare di non volere incontrare qualcuno per tutta la vita potrebbe accadere. Talmente magica che chi devi incontrare, lo incontri.
Talmente stronza che alle 8 fa freddo, alle 10 finge e alle 13 non ti sembra possibile tutto quel caldo.
Ti farà perdere il fiato guardandola dal basso, ti farà sentire male lasciandoti salire per guardarla dall'alto entrando dentro le milioni di foto di milioni di turisti. Che l'avevi già vista, ne senti sempre parlare. Poi, ti perdi in macchina, finisci sulla Flaminia al tramonto e capirai di non avere più scampo. Che non te lo aspettavi. Che non lo avevi previsto, era già bello il Colosseo, bastava. Ma lei no. Lei ti farà vedere il fumo che esce dai caminetti nei paesi fuori Roma, quelli in cui si conoscono tutti, di sera le stelle ti cadono addosso. Ti chiederà se dopo tutta quella cacio&pepe ti andrà una tonnarelli, pachino, cicoria e spigola, se ti va di smetterla di fare il turista. Ti servirà salumi e pane tostato, arrosticini, vino della casa è una grappa che fa un contadino "Ma non posso dirti chi". Proverà a farti arrivare in ritardo. All'inizio ti incazzerai. Poi, inizierai a rallentare arrivando lo stesso in orario. Ti farà camminare e con la scusa dei mezzi pubblici che non funzionano, ti chiamerà un taxi. Sii deciso e non farti cogliere impreparato: si dice "Vado a Parioli" e non "In Parioli", quando ti parlerà male della pinsa lo farà perché in effetti è più buona una carbonara, è inutile che provi a chiamare radio taxi. Quando lo trovi, lo trovi. (Fidati, lo trovi).
Ti diranno che non funziona niente, ma non che proverà a offrirti tutto quel che ha. Di non portare il vino " che c'è già".Ti diranno che le strade sono sporche, ma non che le cicale cantano fino a ottobre. Che a mezzanotte, al Ghetto, stai attento. Ma non che ti chiederanno se ti sei perso. Ti diranno che è impossibile muoversi, ma non che la via del mare riserva un posto anche per te. Che spaghetti alle vongole, fritto misto, vino bianco e buonanotte (finché non parte il karaoke sulla spiaggia di Ostia, certo è un rischio). Ti diranno che proverà a fregarti, ma non che le strade sono piene di fiori. Che da muro del torto si respira smog, ma non del Cedro del Libano di Villa Borghese.

Ti diranno che è pericolosa, ma non che dal Pincio vedi l'omino delle bolle di sapone in piazza del Popolo. Ti diranno anche che "stai attento all'Eur", ma non che di fronte al Colosseo quadrato di Fendi c'è una nuvola in gabbia. Ti diranno che alla Garbatella non c'è niente, ma non che la migliore pajata è tra le vie che hanno nomi di marinai liguri. Ti diranno che è  pesante, ma non che ci troverai degli amici.
Ti diranno che è cara, ma non cosa costa andare via.



Vedi tu se andare a Roma.
Io, non ti ho detto nulla.

Ps Grazie a chi ha reso così bella Roma per tre mesi.


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"Ma tu che sei di Genova".
post pubblicato in diario, il 22 settembre 2017


Ma io che sono di Genova. "Cosa posso fare in due giorni a Genova?".


Guarda, io farei così:



Vicoli: piazza delle erbe (bar gradisca per raccontare la giovane Superba che, con bufera o con il sole, si trova fuori a bere una birra. Fuori!) Via canneto da Marchesa, troverai una coppia di nonnini (Marchesa e Adriano) che per un euro e qualcosa di danno da bere l'Asinello, tradizione da aperitivo genovese. La Genova di ieri e di domani mangia i pasticcini e beve il Negroni da Alessandro Cavo (La Marescotti, piazza Fossatello) per raccontare il centro storico bisogna passare dal museo dedicato a De Andre' in via del campo e parlare con chi lo gestisce, Laura Monferdini. Ci sono cose che avrebbe potuto svelare solo Don Gallo. Cercalo in qualche vicolo, sono sicura che da qualche parte si farà riconoscere.



Il centro storico è grande, bisogna passare dal caffè degli specchi, una traversa di piazza Matteotti, dove Dino Campana si rifugiava per scrivere (c'è ancora il suo tavolino) e in piazza Sarzano, dove gli hanno dedicato il pozzo. Cerca la signora Mercedes, sta sempre seduta in piazza con gli amici: lei racconta la Genova che non c'è più. 

Andrei a sentire che rumore fa il porto, come pendono le palme, le cassette pro "mugugno" nel giardino di Palazzo San Giorgio. Camminare lentamente in via Gramsci, fermarmi al suo mercatino, tagliare a destra ed entrare  in via Pré, guardare che stretto il vicolo da cui si intravedono gli aerei volare.





Castelletto: il quartiere borghese, quello che forse ci nasci, poi lo rinneghi, compi 30 anni e "casetta, vespa e matrimonio in bianco". Per capire basterebbe andare a spianata castelletto e guardare il panorama mangiando il classico gelato (tradizione della domenica)


Boccadasse (ovvero, Albaro) altro quartiere "per ricchi", così si dice. Boccadasse trovi ancora i pescatori. Qui Paoli scrisse "La Gatta" e ci porto' la Vanoni (che canta "Ti ricordi il vento nella casa al mare...) a vivere, quando si amavano alla follia. Ti rompe dentro la magia del borgo dove guardi passare le stagioni, le grandi navi, le lampare: sognando di andare via. E poi di ritornare.



Ma Genova è strana. I quartieri sono anche tutte quelle località che credi siano sotto altri comuni (Sampierdarena, dove c'è la Lanterna che è da visitare e da farsi raccontare dai guardiani del faro) ma anche Pegli, patria della farinata. Sestri Ponente e la via dello shopping, delle fabbriche come Fincantieri. Andrei a Pra': no Prà, no pesto. Ricordatelo. 


Andrei a Marassi, quartiere da stadio, da alluvione, da paure e voglia di riscatto. Alzerei gli occhi al cielo per cercare il "Biscione" che è un insieme di case popolari. Poi, c'è la Genova che entra in prigione, che ne esce. C'è la Genova "tutto l'anno in Vespa", che va a studiare all'estero, che non torna più, che resta, che si accontenta, che anzi no. Che è "tante cose", che "una slerfa" di dignità, che il dolore non scende in piazza,che da Righi vedi la Corsica e sognare significa qualcosa di più mentre stendi i panni in faccia al mare. 


Ma ci sono tante altre cose che andrebbero dette. Ma tu hai solo due giorni. Che Genova è ricca, ma soprattutto operaia. Genova è sale, ma anche tramontana. Genova è più periferia che centro. E chi da Castelletto scende di quattro curve ti dirà che è lì che sta andando: a Genova. 



Come te.


Ciao.






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Figlio di un temporale
post pubblicato in diario, il 30 agosto 2017



Sai, sono venuta a cercarti. Ho trovato la sedia vuota, la macchina fotografica sul tavolo e lo stereo spento.

Così, sono andata al bar. Sono rimasta immobile per qualche ora cercando di ricordarmi tutte le poesie che scrivevi quando avevi 16 anni. Poi, Ho scoperto il tuo nuovo indirizzo. Credo che un giorno ti offrirò da bere.



https://www.lightningmaps.org/?lang=it#m=sat;r=0;t=2;s=0;o=0;b=;n=0;








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Accendi la lampa...rd
post pubblicato in diario, il 10 luglio 2017


"L'amore è quello che ci spinge a fare le cose migliori nel corso di tutta la nostra vita".



"Nessuno si ricorda dei terzini", forse il

papà di Lampard aveva ragione o, più semplicemente: nessuno decide di fare il terzino. Del resto, i giocatori sono le pedine vincenti di un allenatore sveglio e fortunato e, quando ci sono pochi soldi per il mercato, sveglio e talentuoso. Dicono che metterci il cuore faccia la differenza in campo, non è così per tutti. Così, mentre si perdeva dentro una grande città, si ricordò di quella vecchia canzone che non ascoltava mai. E si mise le cuffie annullando il traffico. 


https://m.youtube.com/watch?v=df0WJw-u5mc





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Imbarazzo
post pubblicato in diario, il 26 marzo 2017


Lo chiamano "imbarazzo", ma un tempo non lo chiamavano affatto. Non esisteva la parola, forse non sapevano nemmeno che si trattasse di emozione. Forse, passava inosservato come tutte le cose che non hanno nome. Forse, accadeva anche con la vergogna. Non lo sapremo mai.
Ma venne il giorno in cui l'ingombro materiale (sto leggendo l'etimologia di "imbarazzo") trovó spazio nel vocabolario.
Ed eccoci qui, imbarazzati. 

Ma sarà imbarazzo?




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La monetina
post pubblicato in diario, il 18 febbraio 2017


"Una monetina, avrei bisogno solo di una monetina".
Quanti anni avrà, credo settanta, accento milanese, un cappello di lana blu e il sacchetto della spesa in mano. Dentro ci sono due confezioni di pollo, del pane e il latte. Piove come sa piovere a Milano: pioggia fine che ti bagna più di un acquazzone. É molto calma quando chiede una monetina, ma nessuno si ferma uscendo dal supermercato tra lo stupore di chi se ne accorge. Non ha la faccia da "Mi serve una monetina". In effetti, la faccia da monetina non dovrebbe esistere. Ma esiste e non è la sua. Lei, sembra parlare con suo nipote, ma parla con te. Mi sono chiesta a cosa le serva, ma non non ho il coraggio di domandarglielo; la osservo da qualche metro e sotto il cappuccio della giacca. Glielo chiederei sperando che le manchi un euro per le uova, ma sono quasi certa che non sia quello il motivo. Via Melzo é un via vai continuo: ragazze che hanno appena fatto shopping in corso Buenos Aires, coppie mano nella mano alla ricerca di un ristorante, gruppi di amici riuniti per una birretta, un vecchio signore con un Borsalino che non si trova più nei negozi.
Ma lei parla come fosse nella cucina di casa, calma e con gesti normali. La borsa della spesa appesa a un braccio, l'Impermeabile e le scarpe di vernice nera. Forse, Mary Poppins la sentirebbe anche da una sfera di cristallo. "Un penny...". Sì, una monetina. Una moneta piccola, di quelle che non pesano e che ti dimentichi in fondo al portamonete. Quei due cents che non sai mai quando userai e che servono sempre quando non li trovi più. 
Come succede sempre. 




permalink | inviato da Franciccina il 18/2/2017 alle 12:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
Il binario 21
post pubblicato in diario, il 27 gennaio 2017


Nessuno avrebbe voluto trovarsi in coda, davanti al binario 21, a Milano, settant'anni fa. Ho sempre immaginato l'espressione seria di certi papà, mano nella mano ai loro bambini: la bocca chiusa, gli occhi che guardano dritto, le mani forti dentro al rumore delle rotaie, delle domande di centinaia di persone con una valigia. Molti nemmeno quella. Forse, tenersi stretto a qualcosa, qualcuno, trovava un perché da qualche parte. Ognuno barricato dietro all'immensa dignità di chi sa di non aver fatto nulla di male. Anche se il dubbio, quando sei bambino, te lo fai venire comunque. Del resto, é proprio quando siamo piccoli che ci insegnano il castigo, la punizione per non aver rispettato la regola, per quella risposta alla maestra, al compagno di banco, che non dovevi dare. "Tu il minestrone lo devi mangiare". Pregavo sempre che finissero le verdure o che si ammalasse la cuoca quando ero alle elementari. Il giorno in cui Campana venne portato nella mia classe, lui che faceva la V, e messo dietro la lavagna, pensai di avere dei poteri magici: avevo chiesto con tutte le mie forze che la maestra smettesse di chiedere le tabelline. Successe grazie a Campana in punizione. Da quel giorno, iniziai ad avere cura dei miei desideri. A dosarli, senza esagerare, con l'immotivata paura di far scoppiare un casino vero. E il dubbio di poterlo fare rimase. Credevo anche che la radio indovinasse i miei stati d'animo, che la dispensa di casa generasse i biscotti e tutta una serie di cose che mi piaceva mangiare. "Basta farlo presente", pensavo. Dunque, provavo a ripeterglielo diverse volte quando tornavo a casa. A sette anni non hai ancora capito chi decide le regole, ma sai che devi rispettarle e ingoiare a forza quel maledetto minestrone, le lacrime di tuo padre che non ti guarda in faccia davanti al binario 21. E ti prendi la colpa perché qualcosa sicuro avrai fatto, ma non te lo ricordi. Era davvero così grave? 

E restiamo in fila. Milano Centrale, venerdì pomeriggio, un via vai infinito di pendolari, studenti, turisti, passanti e curiosi. Il banchetto delle caldarroste, dei biglietti per le navette che portano all'aeroporto di Malpensa, Linate e Orio. Ci sono taxi in fuga, comitive di studenti che si fermano dentro i bar vicino all'entrata della stazione, una ragazza che fissa l'orologio, un'altra che torna a casa per il fine settimana, ma ha la valigia troppo pesante e non riesce a correre. Poi, ci sono io che cerco il famoso binario 21. Io che parto e arrivo dal binario 21, dove partono e tornano i treni per Genova, ma non è lo stesso. Mi perdo nel sottopassaggio, mi dicono di non andare in quel posto. "Ci rimani male, fidati. Mio zio é morto". Vado lo stesso. In fondo, ho iniziato ad amare il giornalismo grazie a una bambina di tredici anni, avevamo la stessa età io e Anna. Solo che mentre crescevo, lei rimaneva under15, nella stanza di quel Peter che le piaceva tantissimo, a scrivere che un giorno avrebbe raccontato al mondo come stavano le cose. Come stanno le cose? C'è una fila infinita che se lo domanda, ma non ha (non abbiamo) la prenotazione. Per entrare sotto la stazione, in questo luogo della memoria dove sono state deportate 774 persone, serviva la prenotazione. Ci guardiamo, non ci conosciamo, ci sorridiamo senza remore e sciogliamo la fila tranne una signora che rimane immobile. Vuole entrare a vedere cosa c'è, proprio nel giorno in cui si celebrano le vittime dell'Olocausto. Credo ci riuscirà e ne sono contenta mentre mi allontano attraversando via Ferrante Aporti e la distesa di coperte gelide e sporche sul marciapiede. A sinistra, una mamma seduta per terra, allatta un bimbo poco vestito per essere il 27 gennaio, a destra, bande di ragazzi e non più giovani, elemosinano sguardi. "Hai un euro per un panino?". Ho un euro per un panino. "E una sigaretta?". Ho anche quella. Macchie di sangue davanti a una cabina telefonica dimenticata, spaccio serio sulla piazza bianca che, d'estate, ti inghiotte tra afa e cemento. É lei che ti accoglie quando torni dal mare di casa, sempre lei che ti saluta quando corri a prendere il treno che rischi di perdere, tutte le volte. Piazza Duca D'Aosta che ti lascia con il naso all'insù mentre cerchi la luna che intravedevi a Pavia. E i grattacieli, l'orologio, bambini che guardano altri bambini, ragazzi che guardano altri ragazzi con iPhone, le chiavi in mano, lo zaino grande. Panini del Mc mangiati di fretta, via Sammartini e il rifugio Caritas dove poter dormire. Ci sono bicchieri XL di coca cola abbandonati tra i cespugli e scarpe orfane lasciate qua e là, c'è un ragazzino che sembra un cioccolatino, che indossa una giacca di jeans, é rannicchiato davanti alla porta d'entrata della stazione. La gente sta attenta a non schiacciarlo con i bagagli e lui non ha paura di essere schiacciato. Ogni tanto, alza la testa e guarda le scarpe di chi gli passa accanto, conta gli spiccioli nelle tasche. Non ne sono sicura, ma se ho contato bene, ha 60 centesimi, tre monete da 20 cents. Sembra non abbia alcun appuntamento e nessuno se lo sta domandando. Essere osservati come sto facendo con lui non deve essere piacevole, ma non se ne rende conto, come non fosse abituato ad attirare l'attenzione. Forse, si crede invisibile come quando speravo non mi chiamassero per ripetere le tabelline. Forse, non gliene frega nulla di chi guarda.
E mi viene da chiedere, come un'ora fa: "Mi scusi, dove si trova di preciso il binario 21?". 
Perché mi sembra di averlo trovato.

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La cipolla
post pubblicato in diario, il 23 gennaio 2017


 "La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore". Wislawa Szymborska



                                      https://www.youtube.com/watch?v=bcv17Lov62Y

                                       

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A mors(i)
post pubblicato in diario, il 10 gennaio 2017



    

C'era una volta un maglione di lana taglia M.
Era blu, lo indossava un ragazzo che si pettinava con le mani.
Un giorno, quel maglione venne prestato e diventò una L sgualcita, ma pulita.
Fine.

Parliamo di amore, di etimologia: L ama = desiderio, passione, attrazione (vedi kama-sutra, cioè aforismi, brevi discorsi sul desiderio, sulla passione fisica). Anche il verbo amare risale alla radice indoeuropea ka da cui (c)amarecioè desiderare in maniera viscerale, in modo integrale, totale.
Un'altra interpretazione etimologica della parola amore, fa risalire il termine al verbo greco mao = desidero, da cui il latino amor da amare che indica un'attrazione esteriore, viscerale, quasi animalesca da distinguere da un'attrazione mentale, razionale, spirituale per esprimere la quale era usato il verbo diligere, cioè scegliere, desiderare come risultato di una riflessione.
Un'ulteriore e meno probabile ma curiosa ed interessante interpretazione etimologica della parola amore individua nel latino a-mors = senza morte l'origine del termine, quasi a sottolineare l'intensità senza fine di questo potentissimo sentimento. 

Sono solo parole, tipo taxi con i quali attraversiamo le impressioni di chi, ogni tanto, passa di qui. Gente che parla e crede di avere capito.  Risaliamo i dubbi, sfrecciamo dritti e poi a zig-zag. Ci fermiamo agli stop, non rispettiamo il rosso al semaforo: bla, bla, bla.
Scendiamo per bere un caffè, nel frattempo, entro  al bar e mi dico che: "Mi infilo in questa vita qui".
Tra le ombre e la luce, tra i tuoi meccanismi mentali sofisticati e collaudati, dei gusti decisi, delle certezze di marmo e fragilità d'oro.
Ho fatto la figurante, la co protagonista, la protagonista. Ho camminato per strada cercando la tua mano, ma con la goffaggine di chi non l'ha mai fatto prima. Mi sono fatta così tante domande da non avere più fame.
Mangiamo panini.
Mentre fumiamo all'aria aperta, ci intratteniamo con elogi alla libertà, eppure ci si sente a casa dentro piccole abitudini. Come una prigione con il roseto sul retro.
Un equilibrio costruito da un architetto che non ha ancora la firma, senza delibera, inaspettatamente: un capolavoro di cemento. Solidissimo e allo stesso tempo crepato in qualche punto. Perché crescere é doloroso, perché certe domande lo sono molto di più e so che te le fai senza avere risposta. Come quella mattina, specchiandoti in una vetrina, cercando tua madre. 
Risaliamo sui taxi, superiamo il limite di velocità, prendiamo la strada sbagliata, la strada facile, due multe, poi il mare. Quello vero.




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A Natale... puoi.
post pubblicato in diario, il 19 dicembre 2016


https://www.youtube.com/watch?v=LJrjWnAj_l


É la canzone più cantata quella che: "War is over if you want it, war is over now". Secondo me, basterebbe masticare con la bocca chiusa. Basterebbe sedersi composti, usare a modo forchetta e coltello, indossare un abito non confezionato in Cina.
Dimenticare tutto per mezza giornata, giocare a fare i buoni mangiando un tris di primi che, prima o poi, bisognerà smaltire.
Basterebbe un biglietto di auguri scritto a penna blu, ricordarsi di quella volta in cui avevate 20-30-40 anni: dai sorrisi dei nonni alla prima fidanzata/o che avete invitato al pranzo con i parenti. É la stessa che avete al vostro fianco, oggi? Poi, i figli, forse solo i viaggi, le ferie a luglio, una settimana ad agosto, i capelli tagliati a spazzola, a caschetto, come la Satta, come quella cantante americana che ascoltano i ragazzini.
Basterebbe limitarsi ai dolci mangiati dopo pranzo, sul divano. Fate la tombola da voi? Impegnare la testa facendo i calcoli che siete abituati a fare ogni giorno, questa volta per vincere un pandoro. E "l'importanza della semplicità" e "i valori perduti" che "abbasso il razzismo", ma solo quando lo riconoscete. Che della storia mai finita tra bianchi e neri ne sapete a memoria anche gli accordi delle canzoni di Bob Marley, quelle scritte contro di voi, ma che cantate lo stesso. E il resto, ha un altro nome fino a quando non entrerà in qualche diario pubblicato per caso.
Basterebbe masticare lentamente senza tirare fuori il femminismo, il maschilismo, il bullismo. Così, per poter ogni tanto fare la parte degli onesti. Che il giorno dopo si torna al traffico e ai pranzi con l'insalatina. Al mal di stomaco per cui date la colpa al vino della settimana prima.
Che "so this is Christmas (War is over)
And what have we done? (If you want it)
Another year over (War is over)
And a new one just begun (Now)
And so Happy Christmas (War is over)
We hope you have fun (If you want it)
The near and the dear one (War is over)
The old and the young (Now)".
Basterebbe la traduzione.



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Linkami
post pubblicato in diario, il 7 novembre 2016


                                                   https://youtu.be/99KgkXVYBnA




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Franco Arminio a colazione
post pubblicato in diario, il 21 settembre 2016


"Mentre ti penso
abbraccio
i morti di tutti i cimiteri", cit.



Ci sono diversi modi per iniziare la giornata.
La mia inizia molto presto ed è importante come finisce.




              https://rebstein.wordpress.com/2013/09/29/la-farfalla-della-voce/



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Meltemi
post pubblicato in diario, il 23 agosto 2016


  

Non so se Icario abbia mai visto Naxos, quale "natura" abbia accolto in casa, lui che aprì la porta a a Dioniso. Lo fece con la fiducia dei greci: senza aspettarsi nulla in cambio, nemmeno una manciata di riconoscenza. Anche io ho visto Dioniso entrare dentro casa; l'ho visto dalla finestra che si affaccia sulla spiaggia del sud, dove vivo un'estate lontanissima da tutto. Non ?porto più le scarpe e non uso il pettine. Il sole brucia tutto ciò che incontra, i fichi sono maturi, i pomodori sono dentro a ogni più piccolo menù insieme alle melanzane, la feta e i cetrioli. Soffia un vento strano che ti agita e non sposta di nulla la sabbia che ti rimane appiccicata sulle gambe. Soffia un vento che non avevo mai conosciuto prima: il meltemi. Vita&magia che ti spettina senza smettere mai, ma non si vedono onde . Mare piatto, pini marittimi che si inchinano. Un giorno Icario venne ucciso. La leggenda dice che gli assassini si nascosero nell'isola di Ceo "nella quale si sviluppò un'aspra canicola durante i giorni di Sirio, stella della costellazione del cane maggiore che raffigura Maira, il cane di Icario. Interpellato, l'oracolo di Apollo comunicò che per allontanare l'eccessiva siccità dovevano essere puniti gli assassini di Icario. Una volta uccisi iniziò a soffiare il fresco meltemi".
Un vento che oggi soffia fortissimo raggiungendo i 25 km h. Così, dopo aver osservato a lungo i pescatori nel Porto di Moutsouna e le loro acciughe, gatti randagi in ogni angolo dell'isola e quei pochi turisti senza paura del nulla, sono risalita verso i monti. Il vento a rallentare la corsa in moto fino a Filoti. Ho scelto l'unico bar di vecchietti e senza musica e mi sono seduta su uno sgabello di legno domandando cosa fosse il gioco di legno, a forma di rosario, che tenngono tra le mani. A Filoti non si parla l'inglese, ma la maggior parte di loro conosce l'Italia, Messina soprattutto (dove ci sono i "Giardini di Naxos") "Sono dedicati alla nostra isola". Lo so. "Pensa, quella volta che ci sono stato e gli ho detto che ero di Naxos, sono impazziti". Elias ha 66 anni, lui l'inglese lo parla bene. Mille euro di pensione. "Non diamo la colpa a Tsipras, lui è colpevole solo di non essere l'uomo di sinistra che raccontava di essere". Elias ha viaggiato in tutto il mondo, ma per il sud America servono troppi soldi. "Ci sto pensando - dice- sono riusciti a costruire cose incredibili". E voi greci? "Non è la stessa cosa". Mi racconta tutta la sua vita. Di quella volta che decide di non sposarsi mai, di quando gli dissero di lasciare Atene e di partire per il Canada per non subire la crisi che presto sarebbe arrivata. "Amavo troppo la mia terra per farlo. Mi racconta di quando aveva 20 anni ed era militare. "facevo la guardia alla cella di Alekos Panagulis". E ci hai mai parlato? "si, ci penso ogni giorno. Ma ero un ragazzino, cosa avrei potuto fare? Un giorno - va avanti- mi disse che comunisti, socialisti, fascisti, avevano tutti un grande obiettivo: tenerci buoni, evitare il casino". Elias beve il "raki, una grappa dolce con la quale cucinare il "rakomelo" (raki, acqua, miele, chiodi di garofano, cannella e limone). Vuole tornare in Messico, gli parlo di Frida Kahlo. Non la conosce. Gli racconto di Diego Rivera, fa la faccia stupita. "Come mai non la conosco?". Non si decide un incontro. Mi confida che sono sette anni che vive sull'isola. Lui è di Atene, ma adesso che è in pensione, ha preferito venire in un posto meno pericoloso. "Atene sa essere molto pericolosa di notte". Dice che capisce chi vorrebbe la Grecia fuori dall'Europa, ma "Fa molto male pensarlo". Lui faceva il meccanico fino a sette anni fa. La sua pensione era di duemila euro al mese. "poi cut, cut...". E oggi sono mille. Ma tu riesci a immaginare l'Europa senza Grecia? "No". Poi, ride. Chiede di aspettare. Aspetto. Torna con una cassa di fichi e del vino che produce lui. Uno strano vino che sembra passito e fa 40 gradi. "questa terra é severa, il sole picchia, il vento é forte". Intorno a noi, un gruppo di suoi amici vuole assaggiare. Brindiamo. Devo ricordarmi di fare benzina. Ma scopro che i benzinai sono chiusi qui, a Naxos, dopo le 19. Non riuscirò a tornare a casa. Mi regala una tanica. Fa il pieno e dice "Così stanno le cose, ora vai piano". Allora, penso alla pensione "cut-cut", alla Grexit, all'Europa che guarda un paese tanto bello e tanto ventoso cadere sulle ginocchia senza auto compiangersi mai. Popolo generoso, patria della democrazia e della bellezza che non fa paura, ma si lascia portare via.
E piango in mezzo alla strada.
"sei così sensibile, tu?".
Chiedo scusa. "vai a casa, poi se torni prima di ripartire beviamo ancora e ti racconto di quella volta che...".
Allora, domani torno; mi piacciono le storie.


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Rimandare
post pubblicato in diario, il 2 agosto 2016


"Rimandare" é mandare indietro anche se la tua vita si sposta in avanti. Nasci che sei già finito, hai una bella clessidra che ti scorre lungo la schiena. Non la senti e non la vedi. Imparerai a subirla. Lo sai bene che tutto cambia e che per rinascere hai bisogno di morire spesso. Un paio di volte alle medie quando scopri le differenze maschi-femmina, inizia tutto lì: la festa delle medie. Fai i conti con l'inadeguatezza, finisce che la indossi con disinvoltura. Mi hanno detto che la natura tende verso il caos. "Tutto intorno a noi é caos, sai?". No, non lo sapevo.
Mi sembrava invece che l'universo fosse ordinato e con il compito preciso di fare casino ogni tanto. Ed eccoci qui: se fa caldo andiamo verso il mare, se fa freddo verso i monti. Rispetta il semaforo rosso e non iniziare cose importanti né il martedì è nemmeno il venerdì. (Questo proverbio, alla fine, dipende sempre da quello che c'è sulle nostre teste, Marte&Venere). E allora guardo il cielo, resto con il naso all'insù. Buchi neri nelle mie vene azzurre (perché tutto il caos più matematico e letale può accadere qui dentro). Dicevamo? Rimandare, giusto. 
Mandare indietro, rinviare, restituire, rispedire. Fissare una nuova data?

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Mi infilo qui
post pubblicato in diario, il 27 maggio 2016


  



In questa vita.
Nell'ora giusta, adesso



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Flatus vocis
post pubblicato in diario, il 19 febbraio 2016



Nel mio anno "satori" la Juve ha vinto lo scudetto e potrebbe vincerlo una seconda volta. Non per dire, ma che ci siano o non ci siano Vidal, Pirlo o Tevez, poco cambia. Chi l'avrebbe detto? Io no. Del resto, la regola che dice "nessuno è insostituibile" vale anche nel calcio, anzi, vale soprattutto nel calcio. (Anche se la Samp senza Eder meriterebbe un appunto).

Comunque, stavo leggendo Parise al parco: "Ho un debole per le semplificazioni fulminanti". E si', Zanzotto piace molto anche a me. Sara' che dentro la nebbia ho affrontato le prime difficoltà da adolescente (Tipo mamma che "No, niente cinema, non vedi che nebbia?") e tutta una serie di profumi muschiosi e umidi ai quali non puoi sottrarti. Come la risata dentro la neve. Il rumore fortissimo che facevano certe risa nel silenzio. A pochi metri da me, dei clacson impazziti e il traffico di viale Elvezia. Un ragazzo inciampa e fa quasi cadere il bouquet che porta tra le braccia. Ride, rido anche io. Quelli che portano i fiori a casa senza motivo esistono ancora, gente. E penso che Zanzotto piace anche a me.



Al di là tu falci e componi

Le gentil somiglianze dei fiori

Al di là non è sazia

Mai la tua fame di bambina

Ed hai la mela e il ghiaccio vegetale,

là ti punge al polso la tua bussola

per indicarti la stella

ch’è il tuo vero gemello;

perché tu possa conoscere

colli piccoli come noci

per i tuoi denti giocosi,

soli come voli di vespe

e parole che suonano come monete;

e tu prepari al vento l’ora

delle più grandi altezze

delle più vivide seminagioni

delle tue visite che innamorano

È per te che la gioia dei paesi

Liberamente va imitando

I tuoi semplici atti;

e per te questa terra non è

che un mite minuto satellite

che ben sa dove si dirige.


(Andrea Zanzotto, Dietro il Paesaggio, 1951)



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Hai un grembiule?
post pubblicato in diario, il 18 dicembre 2015


LA STORIA DEL GREMBIULE DELLA NONNA.

Il primo scopo del grembiule delle Nonna era di proteggere i vestiti sotto, ma, inoltre:
Serviva da guanto per ritirare la padella bruciante dal forno.
Era meraviglioso per asciugare le lacrime dei bambini ed, in certe occasioni, per pulire le faccine sporche;
Dal pollaio, il grembiule serviva a trasportare le uova e, talvolta, i pulcini!; 
Quando i visitatori arrivavano , il grembiule serviva a proteggere i bambini timidi;
Quando faceva freddo, la Nonna se ne imbacuccava le braccia;
Questo buon vecchio grembiule faceva da soffietto, agitato sopra il fuoco a legna; 
Era lui che trasportava le patate e la legna secca in cucina;
Dall' orto , esso serviva da paniere per molti ortaggi dopo che i piselli erano stati raccolti era il turno dei cavoli;
A fine stagione, esso era utilizzato per raccogliere le mele cadute dell' albero;
Quando dei visitatori arrivavano in modo improvviso era sorprendente vedere la rapidità con cui questo vecchio grembiule poteva dar giù la polvere;
All'ora di servire i pasti la Nonna andava sulla scala ad agitare il suo grembiule 
e gli uomini nei campi sapevano all' istante che dovevano andare a tavola; 
La Nonna l'utilizzava anche per posare la torta di mele appena uscita dal forno sul davanzale a raffreddare; 
ai nostri giorni sua nipote la mette là per scongelarla. 
Occorrerà un bel po' d'anni anni prima che qualche invenzione o qualche oggetto possa rimpiazzare questo vecchio buon grembiule.

Maurizio Magistri

Questa cosa dei bambini timidi. 
Vorrei parlartene, sono troppo alta per essere coperta dal grembiule di mia nonna.





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Sono grande, ho già tre anni
post pubblicato in diario, il 16 dicembre 2015





              



























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Tu cosa pensi?
post pubblicato in diario, il 21 novembre 2015


      
"E l'odore di sale che ritrovo sulla tua schiena d'estate quando sudi".



In un giorno di pioggia, quella che rimane appesa. La maccaja, le nuvole che ti tengono la testa bassa, così per capire chi comanda ti tocca venire qui, in Liguria.
Tu cosa pensi?
Parcheggio sulle strisce perché sta chiudendo il panettiere, vorrei un euro di focaccia.
"E l'odore di sale.."






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La torta
post pubblicato in diario, il 28 ottobre 2015


"Madre superiora", Diaframma.



A volte non è possibile. Eppure - forse solo per la capacità che hanno i prof di mate di complicare la nostra vita- spesso si può. Infatti, se moltiplichiamo o dividiamo i due termini di una frazione per uno stesso numero diverso da zero, otteniamo una frazione equivalente a quella che era la frazione data. 
Cose molto utili quando sei al supermercato e hai dimenticato i soldi a casa: pasta al burro o pasta al pomodoro?
È' questione di gusti e di sapori. La matematica cerca sempre un modo per semplificare e chiarire ogni cosa. Che poi, semplificare non è come dire facilitare.
La prima elimina, la seconda scompone. E io, preferisco scomporre. Sono al banco dei surgelati e fa freddo: piselli, melanzane e carciofi.
Elimino i carciofi e le loro armi anche se sulla confezione c'è scritto "Cuore tenero". Semplifico e mi facilito la vita con le melanzane e la loro pelle liscia: un pizzico di sale sulla griglia prima di stenderle sul fuoco tagliate sottili, sottili.
Capire non è comprendere, ma capisco che le melanzane non possano piacere a tutti. Ma come potrebbe essere diverso per una "mela non sana"? Una melangiana, una "cuocimi altrimenti ti faccio del male". Lasciami sul fuoco, così l'amaro se ne va. Solanina compresa, ma non del tutto. Sai, la solanina è velenosa. "Oggi, solanina, Francesca".
Oggi, solanina: 

C45H73NO15
E sale.
Anioni e Cationi che si prendono cura di giornate fredde e dispiaceri. Di giorni semplici o complessi, di momenti binari o ternari. Giorni duri e meno duri.
Solanina salata, un pianto amaro. Ma la cassiera non piange e mi passa un sacchetto.
Dicevamo? Le frazioni e la matematica. I prof che sono in piedi, davanti alla lavagna. Fioccano dei quattro soltanto per capire, dopo tanti anni che è vero. Che puoi sostituire una frazione con un'altra che ha i termini più piccoli. Che ti puoi adeguare a quasi tutto.
Quasi.
E che per semplificare sei costretto a spezzare numeri, pensieri, idee. Inizia tutto così: dall'infrangere qualcosa. Lo dice anche la parola "frazione", fractus. Fammi pensare un attimo. Prendi un oggetto e lo dividi in parti uguali. Di solito è una torta, ti hanno detto così, vero?
Dividi, sostituisci, alla fine si mangia qualcosa. 
E magari c'è anche un bel disco che ti tiene compagnia: bpm.
Sessanta battiti al minuto ed è un pranzo come un altro.
E ti ricordi quell'insufficienza di matematica perché non avevi studiato. E ora che capisci, vorresti avere il suo numero di telefono, il suo. "Pronto, prof? Io la torta la volevo tutta. 
Perché sono egoista".






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Adesso
post pubblicato in diario, il 25 ottobre 2015



Non aspettare di finire l'università,
di innamorarti,
di trovare lavoro,
di sposarti,
di avere figli,
di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili,
che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina,
la primavera,
l'estate,
l'autunno o l'inverno.

Non c'è momento migliore di questo per essere felice.
La felicità è un percorso, non una destinazione. Lavora come se non avessi bisogno di denaro,
ama come se non ti avessero mai ferito e balla, come se non ti vedesse nessuno.
Ricordati che la pelle avvizzisce,
i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni.
Ma l'importante non cambia: la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela.
Dietro ogni traguardo c'è una nuova partenza. Dietro ogni risultato c'è un'altra sfida.
Finché sei vivo, sentiti vivo.

Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.

(Madre Teresa di Calcutta)



Leggeva il giornale come ogni domenica mattina.

Nel frattempo, la totale consapevolezza del qui e dell'adesso.

Come era contenta.




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Ti volevo parlare
post pubblicato in diario, il 21 ottobre 2015


   








                                  https://www.youtube.com/watch?v=knxvIuu3nck



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Tifo
post pubblicato in diario, il 14 ottobre 2015


Ti-fo, dal greco: typhos fumo, vapore, febbre - intendendo l'offuscamento febbrile della mente.
"Io tifo per te".
Quel che rimane di quattro dita di Aglianico della Basilicata, un piatto di polenta, del formaggio da mangiare con le mani e: "Faccio il tifo per te". Sono rumori che si mischiano ad altri rumori: le parole dei fanatici di briscola a cinque, i calici di vetro, forchette impazzite, la "t" occlusiva e sorda. È' questione di fonetica, di suoni più o meno percepiti. Di parole che fanno suoni che senti a malapena, altre esplodono come mine mentre sei al supermercato.
Sei li', indecisa tra pomodori e melanzane, insalata o torta, freddo o caldo. E loro cosa fanno? Esplodono e rimbombano. Ti lasciano davanti al banco delle verdure mezza sorda: t, t, t.
Te. 



Pronome e forma dialettale improvvisa.
Te, proprio tu. E "te", tieni.
Pomodori o melanzane? E vado contro la grammatica, che poi, è una guerra tutta mia per dire che in ogni caso si tratta di un rafforzativo.
Sottolineo il qui, il me stessa e forse anche le melanzane a questo punto.
Si', preferisco le melanzane.
Che ho la febbre.

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permalink | inviato da Franciccina il 14/10/2015 alle 23:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Architettura
post pubblicato in diario, il 10 settembre 2015


Asfalto bagnato, squame di pesce e caffè: settembre la mattina molto presto. La fretta, la valigia che pesa, un album di foto dentro un sacchetto, occhi semi chiusi,otto euro di focaccia, "Torni a Milano, eh?", ciao buon viaggio, c'è un quartiere che fa "Ciao", tanto lo sai che torno, e l'avvocato che ha la stessa cravatta, i bambini della vicina di sotto non sono più sul passeggino, i banchi del mercato di piazza Sarzano sono ancora chiusi.
E poi, li vedo, sotto il peso di zaini che pesano troppo per essere tra i banchi dell'Universita'. "E andiamo anche questa volta", la prof di matematica che si prepara ai test di ammissione: Facoltà di Architettura. Tutti in fila, tutti con l'espressione impaurita. Bellissimi. Ciao Marisa, prendo la metro.

("Romeo and Juliet", Dire Straits)



permalink | inviato da Franciccina il 10/9/2015 alle 7:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Con ghiaccio
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2015


Rideva.
Una risata che non tratteneva nemmeno il canino più storto di tutta la famiglia Boveri. "Il più appuntito della storia del mio albero genealogico", Elisa ne era sicura, ma chissenefrega - scritto tutto attaccato- rideva e basta.
E lui continuava.
Dalla spalla all'orecchio destro, sali e scendi no stop, istinto di un cane che ti ama e ti aspetta davanti alla porta di casa, ma erano dentro il pub più famoso di Milano. Vicino a loro, un noto procuratore, l'ex calciatore della Juve più chiacchierato dello scorso inverno, il presidente di una società pubblicitaria, una donna bionda con le tette rifatte, qualche ragazza con il sogno di fare l'attrice.
Ma non esisteva più nessuno se non il barista, dietro al bancone, che mischiava foglie di menta alla vodka, "Ghiaccio?", ma Elisa prendeva tempo e non riusciva a rispondere. 
E Giulio continuava a leccarla.
Spalla, mento, orecchio, mento, spalla: era il suo modo per dirle "Sei mia" tutte le volte che si sentiva minacciato dallo sguardo di qualcuno che, per qualche secondo, se la portava via. La distrazione è un male comune. Ti lascia con i piedi nello stesso posto in cui sei arrivato, ma ti prende la mano e ti fa correre lontanissimo con i pensieri. "carburante per neuroni stanchi", pensava lui. E la leccava. E lei rideva. E "Sei solo mia?". "Con ghiaccio, grazie".




permalink | inviato da Franciccina il 2/9/2015 alle 21:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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