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Una sigaretta con d'IO
Luca
post pubblicato in diario, il 9 maggio 2012






 
                                                     http://youtu.be/h61TPnNc_4E





1989, Cinema "Eden" a Genova Pegli.


Ho cinque anni e mezzo e sono seduta tra le prime fila del cinema con mia mamma.
So già che mi piace quella Sirenetta lì.
La fiera dell'egocentrismo se vai a nuoto tre volte alla settimana, credi di avere le pinne (ma solo di notte "Che di giorno devo andare all'asilo e mi servono i piedi per metterci le scarpe") e ti diverti a uccidere i granchi sul molo.
E sono lì davanti al megaschermo che già conosco a memoria le canzoni che canta Ariel.
"Senti, tu, lì dentro?".
Nella pancia di mia mamma c'è mio fratello.
Proprio quello che volevo.
Erano anni che lo volevo; dal Natale 1987.
Chissà perchè Babbo Natale mi portava solo delle bambole.
"Luca te, Luca te e Luca anche te. Ciao Luca!".
Le chiamavo tutte così e già avevo capito bene che Babbo Natale non era uno facile da convincere. Ma in fondo, io volevo più bene ai nonni che a lui, ed ero certa che se lo sentisse.
"Fregarsene di Babbo Natale", lezione numero uno: appellarsi a mamma e papà.
I "portavoce" dei miei desideri, quelli che "tu scrivi la lettera e poi la spediamo", ma anche "Va bene, glielo dico io a Babbo Natale".
Potere dei grandi e del loro "son cose da grandi".
E tenetevi pure le vostre cose, mi stava bene essere rappresentata da terzi, ma che ci ascoltassero.
Volevo un fratellino tutto mio. Punto.
Lo volevo tanto quanto chiedevo a mio padre di prendere seri provvedimenti contro la befana e quel suo entrare di notte in casa nostra.
"E' una strega quella...".
Che poi, è difficile fregare un bambino.
Mi vuoi punire e mi porti il carbone?
Bene, trovo coraggio, scendo le scale il mattino dopo, lo conto pezzo per pezzo. E tutte le volte mi rendo conto che si può mangiare.
"Cara befana, mi avrai anche portato più carbone che cioccolatini, ma si può mangiare anche quello. No, te lo volevo dire solo per correttezza....".
La correttezza, già.
C'è stata anche da parte di Babbo Natale.
Dopo due lunghi anni, dopo avere baciato tutti i muri di casa chiamandoli "Luca" e ancora bambole, macchinine e peluches, quel Luca lì, quello che volevo stava arrivando veramente.
"C'è Luca", aveva detto mia madre.
Bene, era dentro quella pancia che diventava sempre più tonda.
Io, però, quel suo "Uscirà quando si sentirà pronto", non l'ho mai capito.
"Ma se ci sono qui io... -  pensavo - Ma perchè vuole aspettare?"
Vai a capirli i fratelli, evidentemente hanno dei dubbi.
"Ma certo che ti presto i giochi, tranne delle cose poi ti dico quali, ma esci da lì!".
Rituali quotidiani davanti alla porta dell'asilo.
"Allora, io vado ma tu non uscire senza di me".
Eh, sì.
Quel Luca lì poteva uscirsene andando via con mia madre mentre io ero a colorare l'uva all'asilo?
No, non si poteva correre questo rischio.
Io all'asilo non ci volevo più andare, volevo stare con mia mamma e la pancia.
Sarà anche per questo se ho imparato a scrivere?
Odiavo colorare l'uva.
Meno male che esiste Topolino che, già all'epoca non mi stava troppo simpatico, ma è lì che ho imparato la mia prima vocale: la A.
Vigeva la politica dello "stampatello maiuscolo".
FRANCESCA, PAPA', MAMMA, NONNI: poca roba.
Una manciata di verbi, pochissimi, ma c'era il verbo "essere". Giusto per darmi un certo tono: "SONO FRANCESCA".
E poi c'era LUCA.
E nonostante i pattoni, in pochissimi (solo mia nonna) sono riusciti a fermare gli attacchi di scrittura su divani, tappezzeria, muri, pavimenti e fotografie.
Ma quel Luca, stava arrivando veramente.
E anzi, mi stava pure aspettando quando uscivo dall'asilo.
A volte si muoveva, nuotava, in quella grande pancia ricoperta di stoffa.
Alla fine, non credevo che avrebbe impiegato così tanto. Mi stavo quasi affezionando a qualla pancia muta che eseguiva i miei ordini segreti.
E poi, è arrivato maggio.
Ero a casa dei nonni e sapevo che quel Luca lì si era convinto definitivamente.
Ero praticamente pronta anch'io a "essere incoronata" sorella maggiore.
Certo, rimaneva il problema di succhiarsi il dito.
Ah, rimaneva anche il problema di certi giochi che non doveva toccare, ma ero prontissima.
Così, quel 9 maggio 1989, sono entrata in ospedale, al Celesia, accompagnata da mio nonno Giovanni.
Avevo pure paura.
"Guarda che c'è Luca, toccalo".
Il ricordo di mia madre è tutto bianco. E' come borotalco, pannolini da neonato, fiori di ciliegio, latte.
E tra le sue braccia, una bambola muta.
Rosa e muta.
Toccalo, sì.
Mica è facile toccare tuo fratello.
Era stato più facile baciarlo sopra la pancia, la mattina, di pomeriggio e la sera.
Era più facile ascoltare i rumori dell'acqua, quel nuotare che "tanto mio fratello non annega, la vasca è piccola, si tocca!".
Ma l'ho toccato, partendo dal piede destro.
Un piccolo piede grasso.
E in quel momento, ho deciso che anche quel piede sarebbe stato mio.
Volevo a tutti i costi anche quel piede.
"E va bene babbo Natale, finalmente ce l'hai fatta: Meno male che ci sono i nonni altrimenti la mia lettera chissà se la leggevi.."
Ed in quel piede c'è tutto.
Ventitrè anni
mio fratello il nove maggio.
Ricordi a forma di canna da pesca, la maglia della Sampdoria, le partite di calcio, i temi di italiano che ti scrivevo (che la tua maestra delle elementari non capiva e bocciava ugualmente).
Ricordi di litigate, capelli biondi al sole, bicicletta blu, risata di nonni. E "non dirlo a papà" "Ok (pausa breve) Papà.......".
Baci all'asilo e vocabolario inventato.
Ma lo capivo eccome e se mi andava traducevo.
Piccole esclusioni mirate agli adulti.
"Se non capite, arrangiatevi".
Tanto, io ti capivo.
Del resto, il regalo di Natale era il mio.











       

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permalink | inviato da Franciccina il 9/5/2012 alle 13:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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