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Una sigaretta con d'IO
Chi non vota non mugugna!
post pubblicato in diario, il 21 maggio 2012


“Se qualcuno ha qualcosa da dire parli adesso o taccia per sempre”.




Incomincio con la frase più curiosa (perché c’è sempre qualcuno che ci spera!) e anche la più ripetuta nei film americani.

Questo “parlare o tacere per sempre”.

Sì, perché c’è un tempo per tutto.

Io lo chiamo: il tempo giusto.

Lì dove anche la frase più stupida può servire a fare di una persona qualunque, una persona intelligente.

Lì dove è lecito anche alzare la voce, se necessario.

Lì dove il “fuori luogo” è comune, ma non è il tempo.

Quello che solo un terremoto riesce a fermare come ha fatto anche a Modena, con gli orologi che hanno smesso di “tictaccare”.

Tempo da conquistare, sottolineo, con fatica.

Dove l’amore assomiglia a un co.co.co e trovare un lavoro come vincere al Super Enalotto.

Tempi che cambiano tra mugugno e silenzi.

Tra partecipazione o indifferenza, solitudini, diete Dukan, iPhon costosissimi e venerdì sera che non si ricordano più.

Eppure, in tutto questo scorrere, ha sempre il suo fascino, per chi è genovese e vive a Genova, bere un caffè nei piccoli bar storici.

Quelli che sembrano brutti, quelli che “alle 12 si fa il brindisi con un bicchiere di bianchetto”, quelli in cui “Belìn mea, tutta colpa del sindaco….”.

Quelli in cui il caffè si trasforma in molto di più.

Il “sentito dire” che diventa opinione, la litigata per poter affermare che “ho ragione”.

Mi piace chiamarlo “il caffè del mugugno”.

Quello da ascoltare in dialetto stretto, stretto e che “Senta, può ripetere?”.

Quello in cui salta fuori che c’è un tombino rotto in via XX e che il palazzo di un certo quartiere ha delle strane crepe; che il Comune “fa niente o quasi” e che “a me sembra che sia tutto un magna magna”.

La politica da bar, quella più vera.

Quella che oggi alza il volume “Che oggi si vota”.

Già, oggi si vota.

Eppure, molta gente non è andata.

Chi perché non trovava nessuno a rappresentarlo tra i candidati e chi, semplicemente, non aveva tempo, è contro il voto, è contro la politica.

A ognuno la sua filosofia, bene.

MA se c’è una cosa che l’astensionismo si porterà via, è quel bel mugugno durante il caffè.

Quel mugugno sano e anche un po’ abitudinario che sono solita ascoltare ogni giorno a colazione.

E ancora, nel pomeriggio, durante la pausa.

E quello in cui ci si lamenta sì, del sindaco, ma anche della giunta, dell’assessore XXX che non sa fare il suo lavoro, del “ceto” fatto tanto per fare da sempre e per sempre. O quasi.

Perché chi non vota, perde il diritto anche di mugugnare.

Parlare male di qualcosa che non si è scelto, o meglio, si è permesso che qualcuno scegliesse per noi?

No, grazie.

Chi non vota deve tacere per cinque lunghissimi anni, come dice il prete durante la cerimonia nuziale.

Chi non vota non mugugna.

Che poi, nella città del mugugno per eccellenza, è un po’ come perdere per metà la residenza.

Chi non vota taccia o si faccia rappresentare da terzi per fare polemica.

I terzi che a votare ci sono andati.

I terzi che sapevano chi votare o hanno annullato la scheda o sono andati a scrivere poesie sulla scheda elettorale.

Chi non vota, da domani, taccia.

Grazie.

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