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Una sigaretta con d'IO
Torni domani?
post pubblicato in diario, il 13 settembre 2018


"Lo vuoi vedere?"



Così, in mezzo alla strada, seduta su una sedia di plastica da giardino, Bruna mi mostra il suo lampadario Swarovski. Scorrono le foto sul telefonino. Lo ha appeso nella stanza da letto perché lo possa ammirare solo chi decide lei. Immagino degli inviti a cena e i ti-faccio-vedere-casa e anche un "questo è il mio bagno rosa". Talmente rosa che anche gli asciugamani e le tende lo sono. Entrare in camera, quella sempre chiusa di giorno, e spiegare che cosa vuol dire avere un lampadario pagato qualche milione di lire. Lo sai quanto vale?" No, non lo so. Ma immagino il giorno in cui lei e il marito lo appendono. Vado a leggere la storia di questo signore nato in Boemia 156 anni fa. Uno "Swarovski" cioè vetro e piombo per una composizione misteriosa che nessuno riuscirà mai a scoprire. Visito la casa di Bruna in dieci foto. Toc-toc, è permesso? Ride. Rimaniamo ferme sul lampadario, in silenzio. Ancora non abbiamo capito se riuscirà a rivederlo, se potrà mostrarmi di persona "come luccica, sai!" Per portarlo lontano da quella casa pericolante. E a un tratto, mi rendo conto che sono seduta in mezzo alla strada. La strada che è chiusa al traffico e anche al passaggio pedonale, ma che è la strada che facevo per andare a pranzo da mia nonna. Di tutte le volte che arrivavo in ritardo e faceva l'offesa per dieci minuti. Così, facevo squillare il telefono: "Buongiorno, Pompe Funebri, possiamo aiutarla? "Ma.... cosa volete?" Poi, rideva. E si mangiava consapevoli di essere incastrate in ruoli definiti e definitivi: io piccola e tu nonna. Quei ruoli che non cambiano nemmeno se: tu non cammini e io ti aiuto.

Mentre Bruna mi racconta che sono ventisei anni che vive qui, sotto al Ponte Morandi. "La conosci la zona? Dove vivi, tu?"

La conosco, sì. Le case dei ferrovieri, il rumore delle macchine in autostrada, il traffico, qui sotto, per noi che andiamo verso Genova centro. Che è meglio prendere la metro, a Brin. Quattro fermate e ci sei. "Ma adesso ci mettono più autobus?" Non lo so, Bruna. Non so nemmeno perché sembriamo tutti soldatini-paranoici quando scattano le allerte meteo. Mi hanno detto "che bravi che siete". Forse, non hanno capito che ci assale una paura tremenda. Fragili come mai di fronte alla disgrazia che è lì, dietro l'angolo, insieme alla pioggia. La vediamo chiaramente insieme alle bombe d'acqua, la tromba marina, gli unicorni. "Dolcenera" a ripetizione dagli anni '70 in poi . E rimanere bloccati sotto i cavalcavia, spostare le macchine dalla riva del fiume, non uscire, rispettare gli orari. Scuole chiuse. Anche a ferragosto, cautela, gente. Anche per me, che evito di prendere il treno e di tornare. Ci si salva per caso. Come ti salvi tu che, quel giorno, ti accorgi che piove forte e speri che il temporale sgomberi il caldo. Lasci il ventilatore acceso mentre collassa il ponte di casa, quello che usi per andare al lavoro, a fare la spesa, a prendere il treno a piazza Principe. 

Bruna ha un tumore. Mi racconta che da anni è in cura e le medicine sembrano funzionare. "A mia madre non dico tutta la verità". Perché? "Perché è anziana e si preoccupa". Sua mamma ha più di ottant'anni e vive a Cornigliano, vista diga, vista mare. "Alla "Genova in banchina, transatlantico, trina". "Chi lo dice?" Un poeta toscano. "Ma lui cosa ne sa?" Amava Genova. "Lo capisco, ma se posso scegliere adesso voglio andare a vivere a Pegli. È più tranquillo e mi piace la passeggiata".

Bruna avrà ragione, ma io su quella passeggiata ho perso gomiti e ginocchia, pattinando. Posso dire lo stesso del lungomare di Varazze visto che non ho mai voluto le ginocchiere. Del resto, mia nonna mi portò sulla ghiaia per togliermi le quattro ruote della bici. Non erba, ma ghiaia. 

"Se ti dico che ce la fai, ce la fai...", diceva. Cadevo, mi scorticavo, ma iniziavo a riuscirci, in effetti. Poco dopo è iniziato il capitolo lacci-scarpe-dentro-telaio e cadute di faccia. E anche lì, la formula rimaneva invariata: "Se ti dico che ce la fai, ce la fai...".

"Forse, se mi sposto a Sestri è più comodo". Non saprei, Bruna. Vi hanno già detto dove vi trasferiscono? "Qualcuno a San Biagio, io non ci voglio andare".

Dove vuoi andare? "Forse a Cônâ".

Anche a me piace, da Coronata si vede la Guardia ed è un modo per bleffare di fronte a tutte le volte in cui promettiamo di andarci a piedi. "Se mi spostano a Pegli, vado alla Madonna della Guardia, sai...".

A piedi? "A piedi non ci riesco..".

Coronata, allora, è perfetta. Conoscevo un ragazzo che viveva lì. "Che numero è il bus che passa di lì?" Controllo, il 62. Sono andata al suo funerale guardando il ponte dall'alto, facendo finta che fosse il set di un film. Una serie tv o un film? Un film. Roba da mostra di Venezia edizione 76, leone d'oro. Bella idea. Un funerale con dei palloncini azzurri che volano, storia di un 30enne di Coronata e di un ponte stile NY che nessuno ha mai chiamato per nome, oggi. Bruna, ormai ti do del tu, posso vero?

"Certo. Ma lui a Coronata usa la macchina? Perché se serve la macchina devo pensare al parcheggio". Bruna, lui a Coronata non ci torna per un po'. Si è preso una pausa. Sai, quel giorno di agosto, stava lavorando a Campi. Pioveva, improvvisamente è crollato tutto.

Così, il giorno del funerale, vedo arrivare i suoi colleghi in divisa, i suoi amici. Vedo il mare che brilla, lo scirocco che spettina e si attacca dappertutto. Lo "shurhuq", il vento delle 12, come si dice in arabo. Con la sua storia nata in Siria, passando per l'isola di Zante. Ma che vive anche in Croazia e si fa chiamare Jugoin mentre in Libia tutti lo chiamano Ghibli. E ci immagino tutti sudati dentro lo stesso vento, lo stesso giorno, alla stessa ora. Tra chi sta uscendo dal lavoro per bere un caffè, chi ha iniziato le ferie, chi aspetta che nasca il suo primo figlio e chi aspetta il bus in ritardo. Noi, sudditi della Maccaja.

"Qui ci conosciamo tutti da più di trent'anni". Lo so. "Lei è Rosa, da giovani ci divertivamo, facevamo le parrucchiere". Capisco. Osservo Rosa che parla in genovese stretto. Tra poco cerco il traduttore su Google. "Ma no, volevo solo dire che - parla Rosa- che vengo qui, ogni pomeriggio, e mi siedo vicino a Bruna perché le voglio bene. E poi, mi sento umana". Ma cosa vuol dire sentirsi umani? 

"Che servo a qualcosa".

Allora, anch'io, voglio essere umana per sempre.


"Ah, torni domani?"



(Genova, agosto 2018)



 














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permalink | inviato da Franciccina il 13/9/2018 alle 11:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cerco la "parola tsunami"
post pubblicato in diario, il 6 novembre 2011




http://www.primocanale.it/viewvideo.php?id=42595
Genova, via Ferregiano.

"Lo sapevo già che l'unica cosa che conta è l'amore...non avevo bisogno di questo, no". Mauro, 70 anni.


http://youtu.be/jCya1yiFFP4  "Parola tsunami": la parola giusta.
Quella che tutto si porta via.
La "parola tsunami".
Onda di verbi, aggettivi e punti virgola alta quattro metri.
Vortice di fiato che lucida la saracinesca del negozio ancora chiuso.
Silenziosa e prepotente mentre bussa al primo piano di casa tua.
Raccoglie cappotti, scarpe e tazzine e accende il fornello dove c'è la caffettiera.
Consonante coraggiosa.

http://youtu.be/m8j_OUKbgu4
Fiato che asciuga e pettina i capelli.
http://youtu.be/KKipvcV4soA
"Parola tsunami" che fa il giro del palazzo, ti cerca e alla fine ti trova.
Vocale aperta come casa mia.
"Parola tsunami".
Casta e nuda.

 http://youtu.be/YlYZZRMUsCg parola libera.
Quella forte che rialza gli angoli delle labbra.
Orfana di dizionario.
Quella che in venti minuti arriva fino ai tuoi piedi.

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2011/11/06/AOOMfsKB-stranieri_tragedia_giornali.shtml
Quella che arriva molto più distante.
Quella naso contro naso come fanno gli eskimesi.
Quella che "il primo bacio non mi è piaciuto molto, ma lo ricordo eccome".
Quella detta sottovoce come: "Nonna, ti prego raccontami come hai conosciuto il nonno...".
La parola giusta e poi non piangi più.














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