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Il binario 21

Nessuno avrebbe voluto trovarsi in coda, davanti al binario 21, a Milano, settant'anni fa. Ho sempre immaginato l'espressione seria di certi papà, mano nella mano ai loro bambini: la bocca chiusa, gli occhi che guardano dritto, le mani forti dentro al rumore delle rotaie, delle domande di centinaia di persone con una valigia. Molti nemmeno quella. Forse, tenersi stretto a qualcosa, qualcuno, trovava un perché da qualche parte. Ognuno barricato dietro all'immensa dignità di chi sa di non aver fatto nulla di male. Anche se il dubbio, quando sei bambino, te lo fai venire comunque. Del resto, é proprio quando siamo piccoli che ci insegnano il castigo, la punizione per non aver rispettato la regola, per quella risposta alla maestra, al compagno di banco, che non dovevi dare. "Tu il minestrone lo devi mangiare". Pregavo sempre che finissero le verdure o che si ammalasse la cuoca quando ero alle elementari. Il giorno in cui Campana venne portato nella mia classe, lui che faceva la V, e messo dietro la lavagna, pensai di avere dei poteri magici: avevo chiesto con tutte le mie forze che la maestra smettesse di chiedere le tabelline. Successe grazie a Campana in punizione. Da quel giorno, iniziai ad avere cura dei miei desideri. A dosarli, senza esagerare, con l'immotivata paura di far scoppiare un casino vero. E il dubbio di poterlo fare rimase. Credevo anche che la radio indovinasse i miei stati d'animo, che la dispensa di casa generasse i biscotti e tutta una serie di cose che mi piaceva mangiare. "Basta farlo presente", pensavo. Dunque, provavo a ripeterglielo diverse volte quando tornavo a casa. A sette anni non hai ancora capito chi decide le regole, ma sai che devi rispettarle e ingoiare a forza quel maledetto minestrone, le lacrime di tuo padre che non ti guarda in faccia davanti al binario 21. E ti prendi la colpa perché qualcosa sicuro avrai fatto, ma non te lo ricordi. Era davvero così grave? 

E restiamo in fila. Milano Centrale, venerdì pomeriggio, un via vai infinito di pendolari, studenti, turisti, passanti e curiosi. Il banchetto delle caldarroste, dei biglietti per le navette che portano all'aeroporto di Malpensa, Linate e Orio. Ci sono taxi in fuga, comitive di studenti che si fermano dentro i bar vicino all'entrata della stazione, una ragazza che fissa l'orologio, un'altra che torna a casa per il fine settimana, ma ha la valigia troppo pesante e non riesce a correre. Poi, ci sono io che cerco il famoso binario 21. Io che parto e arrivo dal binario 21, dove partono e tornano i treni per Genova, ma non è lo stesso. Mi perdo nel sottopassaggio, mi dicono di non andare in quel posto. "Ci rimani male, fidati. Mio zio é morto". Vado lo stesso. In fondo, ho iniziato ad amare il giornalismo grazie a una bambina di tredici anni, avevamo la stessa età io e Anna. Solo che mentre crescevo, lei rimaneva under15, nella stanza di quel Peter che le piaceva tantissimo, a scrivere che un giorno avrebbe raccontato al mondo come stavano le cose. Come stanno le cose? C'è una fila infinita che se lo domanda, ma non ha (non abbiamo) la prenotazione. Per entrare sotto la stazione, in questo luogo della memoria dove sono state deportate 774 persone, serviva la prenotazione. Ci guardiamo, non ci conosciamo, ci sorridiamo senza remore e sciogliamo la fila tranne una signora che rimane immobile. Vuole entrare a vedere cosa c'è, proprio nel giorno in cui si celebrano le vittime dell'Olocausto. Credo ci riuscirà e ne sono contenta mentre mi allontano attraversando via Ferrante Aporti e la distesa di coperte gelide e sporche sul marciapiede. A sinistra, una mamma seduta per terra, allatta un bimbo poco vestito per essere il 27 gennaio, a destra, bande di ragazzi e non più giovani, elemosinano sguardi. "Hai un euro per un panino?". Ho un euro per un panino. "E una sigaretta?". Ho anche quella. Macchie di sangue davanti a una cabina telefonica dimenticata, spaccio serio sulla piazza bianca che, d'estate, ti inghiotte tra afa e cemento. É lei che ti accoglie quando torni dal mare di casa, sempre lei che ti saluta quando corri a prendere il treno che rischi di perdere, tutte le volte. Piazza Duca D'Aosta che ti lascia con il naso all'insù mentre cerchi la luna che intravedevi a Pavia. E i grattacieli, l'orologio, bambini che guardano altri bambini, ragazzi che guardano altri ragazzi con iPhone, le chiavi in mano, lo zaino grande. Panini del Mc mangiati di fretta, via Sammartini e il rifugio Caritas dove poter dormire. Ci sono bicchieri XL di coca cola abbandonati tra i cespugli e scarpe orfane lasciate qua e là, c'è un ragazzino che sembra un cioccolatino, che indossa una giacca di jeans, é rannicchiato davanti alla porta d'entrata della stazione. La gente sta attenta a non schiacciarlo con i bagagli e lui non ha paura di essere schiacciato. Ogni tanto, alza la testa e guarda le scarpe di chi gli passa accanto, conta gli spiccioli nelle tasche. Non ne sono sicura, ma se ho contato bene, ha 60 centesimi, tre monete da 20 cents. Sembra non abbia alcun appuntamento e nessuno se lo sta domandando. Essere osservati come sto facendo con lui non deve essere piacevole, ma non se ne rende conto, come non fosse abituato ad attirare l'attenzione. Forse, si crede invisibile come quando speravo non mi chiamassero per ripetere le tabelline. Forse, non gliene frega nulla di chi guarda.
E mi viene da chiedere, come un'ora fa: "Mi scusi, dove si trova di preciso il binario 21?". 
Perché mi sembra di averlo trovato.

Pubblicato il 27/1/2017 alle 18.46 nella rubrica diario.

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